lunedì 15 luglio 2019

Il gene dei centenari che protegge i vasi sanguigni (proteina BPIFB)

Fonte (Repubblica Salute)

Qual'è il segreto dei centenari?
Una parte degli studi volti a comprendere perché alcune persone riescano a vivere più di altre, tagliando il traguardo del secolo, si concentra sui geni.
O meglio sulle varianti geniche: forme di uno, o più geni, che possano essere associate alla longevità.
La speranza è di comprendere quali sono i meccanismi biologici alla base e magari di replicarli così da migliorare salute e sopravvivenza della popolazione in generale.
Un traguardo ambizioso, fatto di tanti piccoli passi. Oggi a compierne uno in questa direzione è il lavoro presentato sulle pagine dell'European Health Journal, in cui un team di ricercatori italiani mostra come una variante genica associata alla longevità possa migliorare la salute vascolare nei topi.
Potenzialmente, raccontano gli scienziati, la proteina prodotta da questo gene potrebbe migliorare la salute cardiovascolare umana. Ma andiamo con ordine.

La variante genica in questione si chiama LAV (“longevity associated variant”) e contiene le istruzioni per la produzione della proteina BPIFB4. Questa particolare versione del gene sembra trovarsi più frequentemente nelle persone che vivono a lungo, e oggi un team di ricercatori dell’I.R.C.C.S. Neuromed di Pozzilli, dell’I.R.C.C.S. MultiMedica di Sesto San Giovanni e dell’Università degli Studi di Salerno, ha cercati di capire se questa proteina potesse avere un effetto protettivo sulla salute cardiovascolare.
La proteina in questione infatti sembra coinvolta nel regolare la funzione endovascolare.

Gli scienziati hanno condotto una serie di esperimenti in vivo sui modelli animali e in vitro su vasi sanguigni umani.
Nei topi i ricercatori hanno adottato un approccio di terapia genica: hanno inserito all'interno delle cellule degli animali – suscettibili all'aterosclerosi e quindi a complicazioni cardiovascolari, sia per genetica che per alimentazione ricca di grassi – la variante LAV BPIFB4. “Abbiamo osservato un miglioramento della funzionalità dell’endotelio (la superficie interna dei vasi sanguigni), una riduzione di placche aterosclerotiche nelle arterie e una diminuzione dello stato infiammatorio”, ha spiegato Annibale Puca dell''Università di Salerno e dell’I.R.C.C.S. MultiMedica, primo autore della ricerca.

In vitro gli scienziati hanno somministrato la proteina codificata dalla variante genica a vasi sanguigni ottenuti da pazienti con aterosclerosi, osservando effetti simili, come il ripristino della funzione endoteliale, il rilascio di fattori protettivi e l'inibizione di quelli con attività proinfiammatoria.
Infine i ricercatori hanno anche misurato i livelli della proteina BPIFB nel plasma di alcuni pazienti, notando che più alti erano, minore era il rischio cardiovascolare.

Gli scienziati hanno identificato anche i meccanismi molecolari coinvolti nell'azione protettiva della variante genica, e sperano che quanto scoperto possa in futuro portare allo sviluppo di nuove strategie terapeutiche per migliorare la salute vascolare.
A prescindere dalla genetica, ma modulando i meccanismi molecolari coinvolti. “Dal momento che il principale fattore di rischio per le malattie cardiovascolari è il progressivo invecchiamento della popolazione – scrivono gli autori – svelare i segreti di un invecchiamento in salute potrebbe essere l'unica strada per limitare l'impatto delle patologie cardiovascolari”.
In altre parole, continuano gli esperti, la strada è quella di trasferire il potenziale del dna dei centenari nella prevenzione della salute cardiovascolare.

lunedì 4 marzo 2019

Si nasconde nel fagiolo l'arma efficace contro l'andropausa

Fonte: La Repubblica (articolo originale)

Forse un giorno tutti lo conosceremo come il "fagiolo magico".
Per ora è stata depositata la richiesta di brevetto di un nuovo principio nutraceutico dopo che uno studio durato otto anni ha dato ottimi risultati.
Il nuovo prodotto naturale è basato su un estratto di fagiolo capace di curare i sintomi dell'andropausa, compresi la ridotta produzione di testosterone, l'osteoporosi e la sindrome metabolica.
La scoperta del fagiolo "magico" che combatte l'andropausa arriva dal gruppo di ricerca dell'Università di Padova coordinato dall'andrologo Carlo Foresta e da Luca De Toni.
Un risultato promettente, dunque,  presentato durante il convegno di Medicina della Riproduzione di scena in questi giorni ad Abano Terme.

La ricerca
I ricercatori padovani hanno dimostrato che l'osteocalcina, proteina prodotta dall'osso, o più precisamente dalle cellule precursori di quelle osee (osteoblasti), ha una influenza positiva su molte strutture dell'organismo.
Hanno inoltre isolato la piccola porzione della proteina che interagisce e attiva i meccanismi recettoriali.
A questo punto gli studiosi hanno cercato in natura qualcosa di simile e l'hanno trovato in un particolare estratto di fagiolo, che adesso è secretato da un brevetto depositato a livello internazionale, sul quale sta lavorando una casa farmaceutica.

"Gli autori della ricerca sono sicuri che questa sostanza nutraceutica sia un possibile supporto della sintomatologia associata all'andropausa", ha spiegato Foresta.
"Ricordiamo che nell'uomo dopo i quarant'anni si assiste a una lenta caduta dei livelli di testosterone che può associarsi a un quadro clinico caratterizzato da osteoporosi, obesità, sindrome metabolica, disfunzioni erettili e altre alterazioni della sessualità, oltre alla riduzione della massa muscolare", conclude l'esperto.
E in molti adesso attendono il fagiolo "magico" per contrastare l'età che avanza, ma questo richiederà ancora un po' di tempo per poter essere commercializzato.

martedì 1 gennaio 2019

Padova, intervento record. Asportato tumore dal cuore senza aprire il torace

Fonte: La Repubblica (articolo originale)

Intervento eccezionale di chirurgia oncologica a Padova, dove una task force di specialisti - cardiochirurghi, urologi, chirurghi epatobiliari - ha rimosso un tumore renale, esteso al cuore, senza aprire il torace. Il tutto grazie a una nuova tecnica, usata - informa l'Azienda ospedaliera della città veneta - per la prima volta al mondo, che ha consentito di aspirare la parte cancerosa.

L'operazione, realizzata da 28 professionisti susseguitisi in sala operatoria, aveva come paziente un 77enne le cui condizioni non consentivano l'operazione tradizionale, più invasiva. L'intervento "è stato portato a termine 'aspirando' la massa senza aprire il torace con una nuova tecnica. E' la prima volta al mondo e ora il paziente è in recupero e tornerà presto alla sua vita normale". Lo comunica in una nota l'Azienda ospedaliera di Padova. "Questo tipo di intervento - proseguono i medici - viene normalmente eseguito con l'asportazione del rene coinvolto dal tumore attraverso l'apertura dell'addome e la rimozione del trombo/tumore dal cuore attraverso l'apertura del torace e del cuore con l'ausilio del bypass cardiopolmonare totale in collaborazione tra urologi e cardiochirurghi".

"Nel caso specifico, per la presenza delle numerose patologie ed in particolare per il pregresso intervento con i bypass localizzati nei siti chirurgici strettamente connessi alla riapertura, l'approccio tradizionale era proibitivo", ricordano gli specialisti. Così, coordinati e diretti dal professor Gino Gerosa, direttore della Cardiochirurgia, i chirurghi hanno studiato a tavolino il caso clinico.

"La storia di questo paziente ha imposto di cercare una soluzione alternativa all'intervento classico, e così è stata messa in piedi la task force di cardiochirurghi, urologi e chirurghi epatobiliari, coadiuvati da cardioanestesisti e personale sanitario per realizzare il delicato intervento, mai effettuato prima - sottolineano gli esperti - E' stato optato per l'approccio innovativo microinvasivo con sistema AngioVAC e entrando nel vivo dell'intervento i professionisti si sono susseguiti per specialità, alternandosi al tavolo operatorio come in una staffetta".

"Il nuovo approccio con l'inserimento, senza incisioni chirurgiche, della cannula di aspirazione a livello di una vena del collo collegata ad una pompa centrifuga e ad un filtro ha permesso come un'aspirapolvere l'aspirazione ad alto flusso del tumore - ricordano i medici - Il sangue aspirato dall'interno del cuore durante l'intervento chirurgico è stato filtrato e re-immesso nel circolo arterioso attraverso un'altra cannula posta all'altezza dell'arteria femorale.Per la prima volta al mondo, la particolare configurazione artero-venosa del sistema AngioVAC in modalità Ecmo non solo ha permesso l'aspirazione della massa dal cuore ma ha garantito la stabilizzazione del paziente durante tutte le fasi dell'intervento chirurgico"

Ma quali sono le prospettive future di questo innovativo approccio? "Il nuovo approccio chirurgico microinvasivo permette l'asportazione di masse intracardiache da tumori renali senza aprire il torace, a cuore battente, senza l'ausilio della circolazione extra corporea con una sola incisione a livello dell'inguine - rispondono gli specialisti - L'innovativa configurazione artero-venosa in modalità Ecmo consente l'aspirazione della massa intracardiaca e la stabilizzazione del paziente durante tutte le fasi dell'intervento".

"Interventi di questa complessità, possono essere realizzati in centri altamente specializzati grazie al supporto di tecnologie all'avanguardia e di personale altamente professionale, duttile ad esperienze multidisciplinari", concludono gli esperti.

L'intervento è stato salutato dal presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, come un episodio che "chiude nel migliore dei modi un anno di successi della sanità veneta e costituisce un viatico di progresso scientifico, non solo per il 2019, ma anche per gli anni a venire".

giovedì 23 agosto 2018

Alimenti e infiammazione: i cibi che contribuiscono a creare uno stato di alterazione causa di molte malattie?

L’indice infiammatorio degli alimenti è un concetto poco conosciuto dalla maggior parte dei consumatori, anche se trova uno spazio rilevante nell’ambito medico nutrizinale.
Il blogger Günther Karl Fuchs autore di Papille Vagabonde in questo articolo spiega qual'è la relazione tra il cibo ingerito e lo stato di infiammazione che si può  generare nell’organismo.

Che cos’è l’indice di infiammazione degli alimenti? E a chi serve?
Attualmente è un indice utilizzato più negli studi medico-scientifici che nella quotidianità.
L’infiammazione è associata a una serie di condizioni di salute croniche, come il cancro e le malattie cardiovascolari, quindi ridurla può aiutare a prevenire o, in certi casi, trattare queste patologie.
Diversi studi indicano che l’alimentazione può contribuire a modulare l’infiammazione.
La ricerca negli ultimi anni ha dimostrato che ci sono alimenti in grado di stimolare uno stato infiammatorio, e altri che possono contribuire a ridurlo.

L’infiammazione è una risposta difensiva dell’organismo ad attacchi esterni, una normale reazione del  sistema immunitario.
Il problema sorge quando la situazione dura a lungo e si cronicizza nel tempo.
Quando accade si parla di infiammazione cronica sistemica di basso grado (chronic low-grade inflamation), una condizione che può stimolare l’invecchiamento cellulare e favorire, secondo i ricercatori, lo sviluppo di patologie degenerative come le malattie cardiovascolari, l’artrite reumatoide, il diabete e l’Alzheimer.
Per questa ragione i nutrizionisti invitano a seguire un’alimentazione ricca di cibi antinfiammatori e con meno cibi pro-infiammatori.

L’indice si calcola in base all’impatto della proteina C reattiva, una proteina misurabile nel sangue prodotta dal fegato, che funge da marker biologico stabile per la rilevazione dell’infiammazione in una fase precoce.
Non è la prima volta che si sente parlare della proteina C reattiva (PCR), in quanto si tratta di un esame del sangue che può essere prescritto quando c’è il sospetto di un infezione batterica, una meningite, cancro, ma anche una malattia infiammatoria intestinale, autoimmune, l’artrite reumatoide, un’artrite cronica o il morbo di Chron.

Una volta valutata la reazione dell’alimento alla proteina C reattiva, i cibi vengono suddivisi in 3 categorie: pro-infiammatori, antinfiammatori o neutri.
Non è escluso che in futuro questa classificazione possa  diventare un indice più noto al pubblico, in virtù dell’eccessivo aumento delle patologie legate all’infiammazione.

Gli alimenti pro-infiammatori sono quelli che per le loro caratteristiche hanno la possibilità di peggiorare lo stato d’infiammazione.
In genere si tratta di alimenti industriali molto elaborati che contengono tra gli ingredienti oltre a grassi saturi e colesterolo, anche additivi, coloranti, dolcificanti ed esaltatori di sapidità:

    Dolci e merendine industriali
    Dadi da brodo
    Zuppe pronte
    Sughi pronti
    Carni elaborate
    Salumi (per il contenuto di grassi saturi e colesterolo)
    Würstel
    Filetti di pollo e pesce impanati
    Alcol
    Patate e chips*

Gli alimenti che riducono lo stato infiammatorio, in genere sono quelli con molte fibre e alcuni micronutrienti contenuti in frutta e verdura. Nell’elenco troviamo:

    Cereali in particolare quelli integrali, oltre al grano il riso, avena, orzo, farro, segale, grano saraceno, miglio.
    Olio extravergine d’oliva (per il contenuto di grassi monoinsaturi, vitamina E e polifenoli)
    Cipolle
    Mele
    Semi di lino e di zucca
    Mandorle e noci
    Frutti di bosco
    Curcuma e zenzero
    Ananas

All’interno di un’alimentazione equilibrata può essere utile prediligere alimenti antinfiammatori, con un indice d’infiammazione basso, in particolare per le persone a cui sono state già diagnosticate o quando c’è il rischio di sviluppare patologie autoimmuni, malattie cardiovascolari e malattie degenerative.

Sebbene l’indice infiammatorio degli alimenti possa rappresentare per molti una novità, la teoria non aggiunge nulla alle conoscenze già note.
L’invito è sempre quello di consumare più cereali, meglio se integrali, prediligere l’olio d’oliva extravergine, mangiare cinque porzioni di frutta e verdura fresca al giorno, l’utilità del consumo, anche se moderato, di frutta secca (mandorle, noci) e la limitazione di tutti gli alimenti industriali elaborati ricchi di sale, grassi saturi, zucchero, additivi ed esaltatori di sapidità.

(*) Nota:

Ha destato molta perplessità l’inserimento da parte dei ricercatori  nella lista degli alimenti infiammatori delle patate, che va ricordato però hanno un alto indice glicemico (come zucchero e farina 00).
È nota la relazione tra un alimentazione ad alto indice glicemico e alto indice infiammatorio, anche se l’indice glicemico delle patate varia per esempio in quelle al forno da 56 a 111, se bollite da 56 a 101.

È necessario tenere presente che le patate richiamano anche una certa quantità di grassi come condimento nella cucina tradizionale e anche frequenza di consumo e quantità.
I ricercatori non invitano a eliminare, ma a ridurre il consumo.
Non bisogna concentrarsi su un alimento specifico ma sull’alimentazione in generale, che oggi è particolarmente ricca di alimenti già pronti. Ridurre anche solo in parte quelli sarebbe un ottimo traguardo, al di là della patata.

sabato 7 aprile 2018

L’overdose di cibo “supergrasso” trasforma i globuli rossi



Fonte: La Repubblica (articolo originale)

Avete presente un globulo rosso, la cellula dal sangue che grazie all’emoglobina contenuta trasporta l’ossigeno a tutto l’organismo?
Nel corpo umano ce ne sono miliardi di miliardi e, tra le loro funzioni, c’è anche la regolazione della disponibilità di ossido nitrico che aiuta le arterie a mantenersi elastiche e quindi a dilatarsi in caso di bisogno.
Ma quanta differenza esiste tra un globulo rosso di una stessa persona prima e dopo un pasto ricchissimo in grassi.
Basta un solo appuntamento con questo tipo di cibo per rendere queste cellule più piccole e modificarne la forma.
Infatti, un carico in acuto di cibo grasso creerebbe veri e propri “spuntoni” sulla superficie dei globuli rossi, capaci non solo di modificarne la forma ma anche di “alterare” la loro funzione.

Tutte queste trasformazioni negative, presumibilmente temporanee, si osservano dopo una sola overdose di grassi alimentari.
A dimostrarlo è una ricerca apparsa su Laboratory Investigation e condotta dagli scienziati del Medical College della Georgia, di Augusta.
Lo studio, coordinato da Tyler W. Benson, è estremamente semplice.
Sono stati presi in esame dieci uomini che facevano regolare attività fisica e che avevano valori di colesterolo e trigliceridi del sangue perfettamente nella norma.
Poi sono stati fatti due gruppi da cinque.
Nel primo, i volontari hanno assunto una sorta di “beverone” ad altissimo contenuto in grassi, con un calcolo delle calorie proporzionato al fisico del soggetto, una sorta di pasto “iperlipidico” spinto.
Nel secondo invece, pur se con lo stesso quantitativo calorico, l’apporto nutrizionale in lipidi era estremamente ridotto e compensato da carboidrati e proteine.
Dopo quattro ore dal pasto sono stati fatti gli esami del sangue, gli scienziati si sono concentrati in particolare sulle caratteristiche dei globuli rossi e sono apparse le sorprese sotto forma di una riduzione della dimensione e un cambio della loro forma.
Sono comparsi infatti dei globuli rossi caratterizzati da un bordo “frastagliato”, presumibilmente meno capaci di viaggiare nei vasi sanguinei più piccoli, dove queste cellule consegnano normalmente il loro carico di ossigeno.

Inoltre, è bastata un’unica overdose alimentare di lipidi per notare un altro fenomeno potenzialmente negativo per il cuore: l’eccesso concentrato di grasso alimentare ha indotto un aumento della mieloperossidasi, enzima che già in passato ha dimostrato di influenzare l’elasticità delle arterie e l’ossidazione del colesterolo HDL, a tutto vantaggio di quello “cattivo” o LDL.

«Questo studio è interessante - segnala Pablo Werba, responsabile dell’Unità Prevenzione Aterosclerosi del Centro Cardiologico Monzino, IRCCS di Milano - perché scopre possibili meccanismi alla base dell’insorgenza “inaspettata” di problemi coronarici, come l’angina o l’infarto del miocardio, dopo un’abbuffata di cibo grasso.
Le evidenze emerse ci suggeriscono di considerare anche questo eccesso insieme agli altri comportamenti più noti che possono scatenare eventi cardiaci, come gli episodi di ira o gli sforzi fisici esagerati e inconsueti».

Insomma: l’eccesso di grasso alimentare può risultare davvero uno stress per il sangue e per il cuore. Quindi, meglio evitare overdose di cibo ipergrasso.

domenica 5 novembre 2017

Mai esagerare con lo sport, più di 7 ore e mezza di allenamento a settimana fanno male

Fonte: Articolo La Repubblica Salute
Il troppo stroppia, forse anche nello sport: gli uomini che praticano attività fisica per più di 7 ore e mezza a settimana presentano un rischio aumentato dell'86% di depositi di calcio alle arterie coronarie.
E queste placche, in base a recenti evidenze, sembrano essere associate a eventi cardiovascolari anche fatali, come infarto e ictus.
A dimostrare l'associazione fra sport eccessivo e calcificazioni alle coronarie è uno studio Usa, chiamato Cardia (Coronary Artery Risk Development in Young Adult Study), condotto su migliaia di persone, che ha analizzato su un periodo di oltre 25 anni gli effetti a lungo termine di un esercizio sportivo molto frequente.
Il rischio emerso dall'indagine – che per ora rimane una semplice associazione statistica e non dimostra un rapporto di causa-effetto fra troppo sport e placche di calcio nelle arterie – riguarda principalmente gli individui di sesso maschile e di etnia bianca.
Tutti i dettagli della ricerca sono pubblicati su Mayo Clinic Proceedings (vedi sotto).

La calcificazione delle arterie consiste in depositi di calcio sulle arterie coronarie che, insieme alle note placche aterosclerotiche (composte da varie sostanze fra cui il famoso colesterolo), sembrano aumentare il rischio di infarto e altri eventi cardiovascolari.
Tuttavia il legame fra calcificazioni coronariche e rischio di infarto è ancora oggetto di studio da parte della comunità scientifica.
E lo studio Cardia nasce anche dall'esigenza di comprendere meglio questo legame, come ha spiegato Stefano Bianchi, cardiologo al Fatebenefratelli San Giovanni Calibita, Isola Tiberina di Roma.
“Questa ampia ricerca – ha sottolineato l'esperto – è nata per valutare se e in che modo la genetica e lo stile di vita, dalla dieta all'attività fisica, abbiano un'influenza sull'evoluzione della malattia coronarica e sul rischio di infarto”.

Per svolgere l'indagine gli autori hanno selezionato un campione di quasi 3.200 persone che, all'inizio dello studio, nel 1985,avevano un'età compresa fra i 18 e i 30 anni, mentre alla fine , nel 2011, erano fra i 43 e i 55 anni.
Il team di scienziati ha assegnato i partecipanti a diverse categorie in base all'attività fisica svolta, che è stata costantemente valutata durante intervalli di tempo regolari.
Le categorie comprendevano un gruppo di soggetti meno attivi, che avevano svolto meno di 150 minuti di esercizio a settimana; poi vi era un campione di persone che aveva svolto attività mediamente per 150 minuti a settimana, attenendosi dunque alle raccomandazioni delle linee guida internazionali; ed infine i più attivi, che si muovevano per più di 450 minuti a settimana – circa 7 ore e mezza –, superando di più di tre volte la quantità di esercizio raccomandata dagli esperti.

L'intensità dell'attività fisica presa in considerazione variava da un livello moderato, come una camminata o il giardinaggio, fino ad un grado intenso, come la corsa o il nuoto.
La quantità di attività fisica veniva poi messa in relazione con la malattia coronarica e il rischio di infarto.
“Questi due elementi – ha spiegato Bianchi – sono stati espressi attraverso il numero e la gravità delle placche di arteriosclerosi.
Queste placche sono state visionate dagli autori dello studio mediante una Tac coronarica”.

A sorpresa per gli autori dello studio, che non si aspettavano questo risultato, chi aveva svolto un'elevata attività fisica, superando le 7 ore e mezza a settimana, presentava, a distanza di 25 anni, una maggiore incidenza di calcificazioni alle coronarie intorno ai 50 anni.
Mentre i partecipanti del gruppo meno attivo, che avevano praticato meno di 150 minuti di esercizi a settimana, sono risultati anche meno a rischio di queste calcificazioni alle coronarie.
Nel caso di un'elevata attività sportiva, superiore alle 7 ore e mezza a settimana, il rischio di placche di calcio alle coronarie aumentava dell'86% nelle persone di sesso maschile e etnia bianca, mentre cresceva meno, cioè del 27%, se si considerano tutte le categorie di persone (entrambi i sessi e tutte le etnie).

“Questa sotto-analisi – ha illustrato Bianchi – all'interno del vasto studio Cardia, pubblicata da Mayo Clinic, sembrerebbe mostrare che l’eccessiva attività fisica, tre volte superiore a quella consigliata dalle linee guida internazionali, possa essere controproducente per la salute delle coronarie”.
Le ragioni di questo dato sono ancora da approfondire e pongono interessanti quesiti, dato che ad esempio gli uomini caucasici sembrano essere più a rischio. Ma c'è anche un'altra faccia della medaglia: un'elevata attività fisica potrebbe anche fungere da elemento protettivo contro la rottura delle placche aterosclerotiche, dunque contro gli attacchi di cuore. Un elemento ancora tutto da valutare, che apre il dibattito su importanti aspetti della salute cardiovascolare.

Quella di oggi, inoltre, non è la prima ricerca sul tema delle calcificazioni coronariche, che già in base a ricerche precedenti sembrano


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Articolo originale (Inglese)

sabato 22 luglio 2017

Over 70, un cocktail di proteine per 'ringiovanire' i muscoli

Tratto da Repubblica Ricerca (link articolo originale)

IL DECLINO nella massa e funzione dei muscoli che avviene normalmente con l’età non è un destino obbligato: lo si può contrastare, anche passati i settant’anni, con risultati discreti (almeno nel breve/medio periodo) con gli integratori di proteine, perfino se non si fa esercizio fisico.
A suggerirlo è uno studio del Metabolism Research Group della McMaster University di Hamilton (Canada) pubblicato su Plos One.

LO STUDIO
I ricercatori hanno studiato gli effetti su gruppo di 49 uomini, età media 73 anni, di un cocktail di diversi integratori: proteine del siero del latte, creatina, vitamina D, calcio e omega 3.
Sono stati formati due gruppi. Per sei settimane, durante le quali nessun soggetto ha svolto particolare attività fisica, i soggetti del primo gruppo hanno bevuto due volte al giorno il cocktail proteinico, gli altri un placebo.
Allo scadere del periodo, i membri del primo gruppo avevano in media acquisito 700 grammi di massa magra.
«E’ la prima volta che un supplemento proteico multi-ingrediente viene trovato in grado di aumentare la massa muscolare magra negli anziani anche in assenza di esercizio fisico» spiega Gianni Parise, ricercatore alla McMaster University di Hamilton (Canada).
Difficile isolare il singolo supplemento più efficace: «Abbiamo voluto studiare l’effetto di un cocktail di sostanze perché ogni supplemento agisce per vie biochimiche diverse – ad esempio le proteine del siero del latte stimolano i processi cellulari che sviluppano i muscoli, invece la creatina ha effetto aumentando la ritenzione d’acqua e gonfiando le cellule - e non tutti rispondono allo stesso modo agli stessi stimoli: combinare più supplementi ci è parso il modo per massimizzare gli effetti».

La seconda fase dell’esperimento ha sottoposto entrambi i gruppi a un regime di esercizi di resistenza fisica (due volte alla settimana) e allenamento a intervalli ad alta intensità (una vota alla settimana).
Il primo gruppo ha continuato per tutto il tempo ad assumere il cocktail di integratori.
Il risultato questa volta non ha visto un aumento di massa muscolare nel primo gruppo, ma un incremento nella forza fisica. «Forse i nostri strumenti non sono sufficientemente precisi per individuare piccoli aumenti muscolari, mentre è più facile misurare l’aumento di forza» spiega Gianni Parise.
«Comunque è del tutto prevedibile che l’aumento di massa muscolare ottenuto nelle prime 6 settimane, seguito da attività fisica, si traduca in un aumento della forza».

GLI INGREDIENTI
Possono esserci delle controindicazioni per l’assunzione di integratori a una certa età?
Le proteine del siero del latte, così come gli altri ingredienti del cocktail che abbiamo somministrato, sono innocue.
Tranne che per una minoranza di individui, che con l’età possono sviluppare un’intolleranza: ad esempio chi soffre di gotta può avere problemi con una quantità di proteine che si somma a quella della dieta quotidiana» risponde Parise.
La nuova ricerca può dare indicazioni utili per chi è in età avanzata e non può seguire un programma strutturato di allenamento: «Ad esempio persone che hanno subito un intervento che limita le possibilità di movimento» osserva Parise.
«E’ importante tuttavia specificare che i supplementi di proteine non possono e non devono essere considerati un sostituto per l’attività fisica».

giovedì 22 giugno 2017

Bisfenolo A: interferente endocrino dannoso per la salute

Fonte: Il Fatto Alimentare (link articolo originale)

Il bisfenolo A (Bpa), già vietato in molti paesi in alcuni oggetti come quelli per l’alimentazione dei bambini in quanto interferente endocrino, favorirebbe, negli animali esposti nei primi giorni di vita, l’accumulo di grasso nel fegato nell’età adulta.
E il suo sostituto più popolare, spesso utilizzato nei prodotti Bpa-free, il bisfenolo S o Bps, promuoverebbe lo sviluppo di cellule di tumore al seno.
Questo è il quadro sconfortante emerso in due diversi studi presentati nei giorni scorsi al congresso della Endocrine society statunitense di Orlando, in Florida.

Nel primo i ricercatori del Baylor college of medicine di Houston, in Texas, hanno trattato i ratti molto piccoli con il Bpa o con una sostanza inerte in dosi basse e simili a quelle di una contaminazione ambientale nei primi cinque giorni di vita, cruciali per il completamento dello sviluppo del fegato.
Quindi hanno esaminato il tessuto epatico degli stessi animali diventati adulti scoprendo che, in quelli trattati, una dieta ad alte dosi di grassi si traduce nell’accumulo degli stessi, nell’aumento del colesterolo totale e di quello cosiddetto cattivo (le Ldl), nonché nell’espressione di alcuni geni associati alle patologie del fegato: tutte caratteristiche che predispongono alla steatosi epatica non alcolica, cioè a una condizione grave che molto spesso prelude alla cirrosi; niente di simile si verifica nei ratti non esposti al Bpa nei primi giorni.

Nel secondo studio condotto dai ricercatori della University school of medicine di Rochester, cellule di tumore al seno positivo agli estrogeni sono state trattate con diverse dosi di Bps e con estradiolo, il principale estrogeno coinvolto nello sviluppo delle cellule stesse.
Il risultato è stato che, rispetto a cellule non trattate, le prime sono cresciute molto di più già dopo 24 ore, e dopo sei giorni l’aumento rispetto ai controlli era del 12% alle dosi più basse e del 60% a quelle più alte.
Ulteriori prove hanno confermato la pericolosità della proliferazione, dal momento che le cellule hanno mostrato tutti i caratteri di una spiccata malignità.

Anche se si tratta di studi su modelli, entrambi confermano quanto emerso negli ultimi anni: i bisfenoli sono dannosi per la salute, e i sostituti del Bpa non dovrebbero essere impiegati fino a quando non si avranno dati più completi sui loro possibili effetti, anche perché la struttura chimica è molto simile in tutti i membri della categoria, ed è quindi logico aspettarsi che lo siano anche le azioni sui sistemi biologici.

venerdì 16 giugno 2017

Tumori, scoperto l'interruttore del cancro

Tratto da La Repubblica Salute (articolo originale)

LA RIVISTA Science pubblica un lavoro che potrebbe aprire nuove strade alla lotta al cancro.
Prima firma è quella  di Chiara Di Malta, ricercatrice nel team di un big della nostra ricerca, Andrea Ballabio direttore dell'Istituto Telethon di Genetica e Medicina (Tigem) di Pozzuoli e docente di Genetica Medica all'Università Federico II di Napoli. Oltre che dalla Fondazione Telethon, il lavoro è stato finanziato anche dall’Associazione italiana per la ricerca sul cancro (Airc).

«Questa è una storia che parte da lontano – spiega Ballabio – e in particolare dal nostro “storico” interesse per quegli organelli cellulari chiamati lisosomi che sono coinvolti in un ampio gruppo di malattie genetiche rare, quelle da accumulo lisosomiale appunto. In queste gravi patologie, a causa di un difetto genetico, i lisosomi non svolgono a dovere il loro compito, ovvero quello di neutralizzare, grazie al loro ampio corredo di enzimi, le sostanze di scarto: il risultato è che queste sostanze si accumulano nelle cellule, danneggiandole irreversibilmente.
Studiando il funzionamento dei lisosomi abbiamo però scoperto che questi organelli non sono dei semplici “spazzini”, ma dei fini regolatori del nostro metabolismo».

Nel 2009, infatti, il direttore del Tigem e il suo team hanno descritto per la prima volta – ancora sulle pagine di Science – un gene chiamato TFEB che è in grado di regolare da solo l’attività di molti altri geni coinvolti sia nella produzione sia nel funzionamento dei lisosomi.
«Ci siamo resi conto da subito – continua Ballabio – di essere di fronte a un meccanismo di “pulizia” delle nostre cellule assolutamente nuovo e finemente regolato, potenzialmente sfruttabile per evitare l'accumulo di sostanze tossiche tipico di svariate malattie degenerative, di origine genetica ma non solo».
Gli studi successivi condotti al Tigem hanno infatti confermato che i lisosomi funzionano come veri e propri termovalorizzatori, degradando le molecole già utilizzate e ormai inutili per ricavarne energia.
Questo è particolarmente utile in assenza di nutrienti e nella risposta all’esercizio fisico prolungato: quando ci sono poche risorse a disposizione e l'organismo quindi sfrutta le proprie riserve endogene di energia. In presenza di cibo, invece, questa via metabolica viene normalmente silenziata.
Il nuovo studio dimostra che se questo meccanismo si inceppa è in grado di promuovere la crescita tumorale.
I ricercatori del Tigem hanno infatti dimostrato come diversi tipi di cellule tumorali (melanoma, tumore del rene e del pancreas) siano in grado di replicarsi in modo indiscriminato proprio perché questo sistema di regolazione “anti-spreco” è sempre attivo.
Studi preliminari dei ricercatori del Tigem dimostrano che l’inibizione di questo meccanismo blocca la crescita tumorale, suggerendo quindi una nuova strategia per la terapia dei tumori.

«Questo studio, pubblicato su Science, una delle più importanti riviste scientifiche internazionali, conferma ancora una volta quanto le malattie genetiche rare siano un eccezionale banco di prova per la scoperta di meccanismi biologici fondamentali e la messa a punto di strategie terapeutiche innovative come la terapia genica - commenta il direttore generale della Fondazione Telethon Francesca Pasinelli – A titolo di esempio, basti ricordare come le statine, farmaci comunemente usati per abbassare i livelli di colesterolo, siano stati sviluppati a partire dallo studio di una condizione rara, l’ipercolesterolemia familiare, in cui l’accumulo di questa sostanza dipende da un difetto genetico ereditario.
Sostenere e promuovere ricerca di qualità sulle malattie genetiche rare è quindi importante non solo per chi è direttamente colpito da queste gravi patologie, ma anche per la collettività intera».

“L’unione delle forze di due tra le più importanti organizzazioni non profit a supporto della ricerca in Italia ha prodotto uno straordinario risultato scientifico – aggiunge Niccolò Contucci, Direttore Generale dell’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro - Siamo orgogliosi di avere finanziato insieme a Telethon questo importante lavoro che costruisce un ponte tra la conoscenza di base e lo sviluppo di nuove terapie per la cura del cancro.
Una scoperta che merita la pubblicazione sull’autorevole rivista Science e contribuisce a posizionare la ricerca italiana indipendente tra le eccellenze del panorama scientifico internazionale”

venerdì 24 febbraio 2017

[Esplora il significato del termine: Lavoratori esposti all’amianto: si può prevenire il mesotelioma coi carciofi?] Lavoratori esposti all’amianto: si può prevenire il mesotelioma coi carciofi?


Fonte: Corriere Salute

Prevenire uno dei tumori più temibili e ancora letali, il mesotelioma, con i carciofi.
L’idea, tutta italiana, appare azzardata ma ha già dato buoni risultati sia negli studi di laboratorio che sulle cavie. Tanto da far ottenere ai ricercatori il via libera delle autorità per la sperimentazione sulle persone.
«Gli studi preclinici, condotti all’Istituto Tumori Regina Elena di Roma sia su modelli cellulari di mesotelioma che su topi, hanno dimostrato che gli estratti di carciofo posseggono attività antitumorali - spiega Giovanni Blandino, responsabile del Laboratorio di Oncogenomica Traslazionale del Regina Elena, che ha lavorato in collaborazione con Sabrina Strano, ricercatrice dell’Area di Medicina Molecolare dello stesso Istituto -.
Se le nostre intuizioni venissero confermate anche sull’uomo apriremmo la strada a una rivoluzione».
Il trial clinico è stato presentato oggi a Roma, durante l’International Workshop on metabolism, diet and chronic disease, un appuntamento per fare il punto sulle evidenze scientifiche riguardanti stili di vita e neoplasie.

Mesotelioma: ogni anno 2mila casi in Italia

Il mesotelioma ogni anno colpisce oltre duemila persone solo in Italia, ma la sua incidenza è in continua crescita ed è atteso un picco di malati entro il 2020.
È il tumore polmonare direttamente collegato all’esposizione da amianto, materiale bandito dall’Italia da oltre vent’anni ma ancora diffusissimo (nell’ambiente ne restano circa cinque quintali per cittadino, 32 milioni di tonnellate) e al centro del processo contro i dirigenti dell’Eternit (dopo la storica condanna d’appello del 2013 si è ora in attesa della Cassazione). È una fra le forme di cancro tutt’oggi letali, perché una volta diagnosticato non lascia scampo e la sopravvivenza dei pazienti nella stragrande maggioranza de casi purtroppo non supera i 12 mesi.
Ed è subdolo, perché colpisce a distanza di anni: possono passarne perfino 40-45 tra l’inizio dell’esposizione all’amianto e il momento in cui si manifesta la malattia.
Colpa delle fibre di amianto inalate tanti anni prima, che poi fanno ammalare soprattutto i lavoratori esposti: quelli delle fabbriche di cemento-amianto e dei cantieri navali, ma è stato molto usato anche per costruire case, scuole, ospedali.

Come funziona l’estratto di carciofo

A fronte di un quadro così fosco, le speranze riposte nell’estratto di carciofo crescono in modo esponenziale: «È appena partita la sperimentazione di fase due condotta su lavoratori canadesi esposti all’asbesto - spiega Paola Muti, ricercatrice italiana che lavora in Canada presso il Dipartimento di Oncologia della McMaster University, che sta lavorando insieme ai colleghi romani -.
L’obiettivo è dimostrare che l’estratto, realizzato in laboratorio semplicemente prendendo le foglie del carciofo ed “elaborandole”, impedisce che le cellule esposte ad amianto esprimano a pieno il potenziale cancerogeno, prolifichino e diano luogo a effettivamente un tumore.
I partecipanti, ad alto rischio di sviluppare il mesotelioma e già sofferenti di altre patologie benigne dovute all’amianto, vengono trattati con quattro compresse di estratti di carciofo al giorno, del tutto prive di effetti collaterali.
E sono monitorati con cadenza trimestrale, attraverso biomarcatori sierici (piccoli RNA non-codificanti e una proteina secreta dal mesotelio, la mesotelina).
In particolare - continua Muti - la mesotelina è prodotta dal mesotelio, esposto a infiammazione, ed è molto aumentata nel caso di esposizione all’asbesto e nel mesotelioma.
L’ipotesi di questo trial è quella che il carciofo sia in grado di ridurre il livello di mesotelina sierica.
In sostanza, si tratta di usare la mesotelina come biomarcatore di efficacia anti-cancerogena dell’estratto vegetale».
Se il trial clinico confermerà l’ipotesi si prevede un successivo trial di fase tre, su un numero molto ampio di persone esposte all’asbesto e della durata di diversi anni.
«Per adesso le premesse derivanti dai dati sperimentali sono ottime, la speranza è che vengano confermate nell’uomo» concludono i ricercatori.

sabato 21 gennaio 2017

Patrizia, l’oncologa italiana che conquista Parigi in una notte con il libro che racconta «come si uccide il cancro»

Fonte: Corriere della Sera (27ma ora)

Un libro appena uscito sta avendo molto successo in Francia, è scritto da una scienziata italiana, la professoressa Patrizia Paterlini-Bréchot dell’università Paris-Descartes.
Si intitola "Tuer le cancer", "uccidere il cancro" è edito da Stock, ed è un viaggio appassionante nella battaglia contro i tumori e nella vita personale di Paterlini-Bréchot.
Le due avventure in buona parte coincidono. Nata a Reggio Emilia, si laurea a Modena vincendo il premio per la migliore tesi di medicina del 1978.
Segue i corsi dell’«Infallibile Maestro», come lei chiama nel libro il professor Mario Coppo, e un giorno la giovane dottoressa Paterlini incontra il suo «paziente zero».

Un uomo destinato a morire, in pochi giorni, di cancro al pancreas. Combattuta tra il dirgli la verità o meno, cerca in ogni modo di aiutarlo e di alleviare le sue sofferenze ma l’ultimo sguardo durante la crisi finale è per lei: «Occhi immensi, spalancati, che meglio di qualsiasi parola esprimono il suo disprezzo e mi accusano: “Mi hai tradita!”».
Patrizia Paterlini decide che dedicherà la sua vita a combattere il cancro. Va a Parigi per uno stage di biologia molecolare, entra nella squadra del professor Christian Bréchot e se ne innamora, ricambiata.
Si trasferisce definitivamente in Francia e indirizza le sue ricerche verso una scoperta straordinaria, che potrebbe un giorno valerle il premio Nobel.
Da circa un anno e mezzo è a disposizione dei pazienti il test «Iset» (Isolation by Size of Epithelial Tumor Cells) per l’individuazione delle cellule tumorali nel sangue.

«Con un semplice prelievo si può scoprire se nell’organismo si sta sviluppando un tumore, anche se è a uno stadio talmente iniziale che non ha ancora generato una massa rilevabile da una Tac o una radiografia», spiega l’oncologa.
Il guadagno di tempo è evidente, e il tempo è tutto.
Con questo sistema il professor Paul Hofman a Nizza ha scoperto cellule tumorali nel sangue di cinque pazienti a rischio, fumatori affetti da broncopatia, ben prima che il cancro al polmone fosse visibile.
Il test costa 486 euro, non ancora rimborsati dall’assistenza sanitaria francese, ma il punto è che «uccidere il cancro» prima che prenda forza è un traguardo a portata di mano.
Sarebbe arrivata a questa scoperta se fosse rimasta in Italia? «All’epoca gli studi di biologia molecolare erano più avanzati in Francia.
Ma credo che anche la mia formazione italiana abbia contato molto».
Quale sarà il passaggio successivo? «Con la mia équipe stiamo cercando di rendere il test ancora più preciso.
Oggi indica se c’è un tumore in corso, e altri esami dicono poi in quale organo.
In futuro il test potrebbe dirci subito qual è l’organo interessato».

Risorse

Sito web ISET

lunedì 16 gennaio 2017

Test sanguin : un produit du microbiote prédit les incidents cardiaques

Source: Sciences avenir

En mesurant dans le sang le TMAO, une molécule produite par le microbiote pendant la digestion, il serait possible de prévoir jusqu'à 7 ans à l'avance les accidents cardiaques, selon une étude américano-suisse.

L’oxyde de  triméthylamine (TMAO), un produit issu de la transformation de certains aliments par les bactéries intestinales (microbiote), serait un bon indicateur de futurs incidents cardiaques.
Sa concentration sanguine, mesurée chez des patients ayant déjà eu une alerte, serait, en effet, annonciatrice d’évènements graves dans les mois qui suivent, voire de décès.
Tel est le résultat obtenu par les chercheurs de l’Université de Cleveland (Etats-Unis), menés par Stanley Hazen, et par différents hôpitaux suisses dont l’hôpital universitaire de Zurich et publié dans l’European Heart Journal.

TMAO. Les chercheurs proposent donc d'associer un nouveau test à la "panoplie" déjà existante et utilisée lors d'une suspicion de syndrome coronarien aigu (obstruction des artères coronaires) ou d'infarctus du myocarde : examen clinique,  électro-cardiogramme et dosage biologique (Troponine).
Ces examens, pratiqués aux urgences, viennent en effet confirmer ou non le diagnostic et induire un traitement lorsqu'un patient se présente avec des symptômes inquiétants (douleur à la poitrine, au cou, aux épaules et au dos, essoufflement, nausées, perte de conscience...).
Désormais, il pourrait donc y avoir, en plus, le dosage du TMAO.

Un "outil additionnel" pour la prédiction
Le TMAO est produit par les bactéries intestinales lorsqu’on ingère des aliments riches en lécithine et phospholipides choline tels que la viande rouge, les œufs ou les produits laitiers.
Des études antérieures ont montré qu'il était impliqué dans le développement de l’athérosclérose, dépôt de plaque lipidique dans les artères (voir schéma).
En 2013, l’équipe de Stanley Hazen avait démontré dans une étude du New England Journal of Medicine (4007 personnes suivies en cardiologie sur 3 ans) que sa présence dans le plasma et les urines étaient prédictifs d’accidents cardiovasculaires. Cette même équipe de Cleveland, associée à des hôpitaux suisses, ont ensuite observé deux cohortes de patients (2213), américains et suisses, arrivés aux urgences avec une douleur thoracique.
Ceux-ci ont alors bénéficié, en plus des tests classiques, d'une mesure du taux plasmatique de TMAO avant d'être suivis pendant plusieurs années.
Résultat : les patients dont le niveau de TMAO plasmatique initial était le plus élevé se sont avérés les plus à risque de faire un incident cardiaque majeur dans les 30 jours à 6 mois suivant le test.
Le niveau de TMAO était également plus élevé parmi ceux qui sont décédés dans les sept années suivantes !
« L’étude démontre pour la première fois que les niveaux de TMAO sont associés à un risque à moyen terme d’incidents cardiaques majeurs  mais aussi à une mortalité à long terme, parmi des patients ayant un syndrome coronariens aigu", explique Thomas Fusher de l’Université de Zurich, co-auteur de l’étude.

Les auteurs concluent que le dosage du TMAO du microbiote pourrait donc devenir "un outil additionnel pour la prédiction". En attendant, les cardiologues font-ils aussi des recommandations alimentaires pour faire baisser naturellement le taux de TMAO ?
"Les résultats ne sont pas encore clairs sur ce point, répond Thomas Fusher. Pour cela, nous devons poursuivre nos travaux".

venerdì 13 gennaio 2017

Scoperto perché lo stress manda in tilt il cuore

Fonte: La Repubblica Ricerca

Se siamo stressati mettiamo a rischio anche il nostro cuore.
Può farci male come fumare o avere la pressione alta.
Da tempo si conosceva la relazione fra stati di tensione e affaticamento con le malattie cardiache, ma ora uno studio, pubblicato su 'The Lancet', ha evidenziato che l'amigdala, quella parte del cervello che gestisce le emozioni, diventa iperattiva e aziona le difese immunitarie scatenando processi infiammatori deleteri per l'apparato cardiovascolare.

Stress e sistema immunitario
I ricercatori del Massachusetts General Hospital e dell'Icahn School of Medicine at Mount Sinai (Ismms) di New York, hanno scoperto che l'accresciuta attività dell'amigdala, l'area che elabora le emozioni come l'ansia, la paura o la rabbia, segnala al midollo osseo di produrre più cellule di globuli bianchi, che a loro volta agiscono sulle arterie infiammandole.
In pratica il cervello manda al sistema immunitario 'un segnale sbagliato' e quest'ultimo, in determinate condizioni, può causare infarto, angina e ictus.
Il collegamento potenziale "aumenta la possibilità che ridurre le stress può produrre benefici che vanno oltre il miglior senso di benessere psicologico", scrive l'autore, Ahmed Tawakol, del Massachusetts General Hospital e professore associato alla Harvard Medical School.

Lo studio
Gli autori dello studio hanno analizzando i dati di imaging e cartelle cliniche di quasi 300 persone sottoposte a Pet/Ct principalmente per screening oncologici, con un radiofarmaco che misura l'attività delle aree del cervello da un lato e mette in luce l'infiammazione nelle arterie dall'altro.
Tra i soggetti analizzati nessuno aveva un tumore attivo o malattie cardiovascolari quando si è sottoposto all'esame.
Dopo un periodo di monitoraggio dell'intero campione della durata media di quasi 4 anni, è emerso che i soggetti più stressati e con amigdala più attiva sviluppano malattie cardiovascolari con maggiore frequenza.
"Mentre un collegamento tra stress e malattie cardiache è stato da tempo stabilito, il meccanismo che media questo rischio non era stato chiaramente individuato  -  spiega Ahmed Tawakol, della divisione di cardiologia del Massachusetts General Hospital, autore principale del lavoro - .
Gli studi sugli animali hanno dimostrato che lo stress sollecita il midollo osseo a produrre globuli bianchi, portando a un'infiammazione arteriosa.
La nostra ricerca suggerisce che un percorso analogo esiste anche negli esseri umani".

Gli esperti hanno ripetuto lo studio su 13 soggetti con disturbo da stress post-traumatico, una condizione che segue a un forte trauma e hanno visto che avevano amigdala e sistema immunitario più attivi, una maggiore infiammazione dei vasi e maggior rischio di malattie cardiovascolari.

Traumi e malattie
"Già in passato si era già visto che pazienti con problemi neuropsichiatrici come ad esempio, con sindrome ansiosa depressiva o con stress post-straumatico, avevano un'attività abnorme dell'amigdala - spiega Furio Colivicchi, direttore dell'UOC di Cardiologia del San Filippo Neri - .
Grazie a questi esami è stato possibile vedere quali sono le aree del cervello 'attive' in determinati momenti e a intuire per la prima volta il collegamento fra stress e il funzionamento di milza e midollo osseo che regolano il sistema immunitario".

Stressati e 'fragili'
L'amigdala è la nostra 'memoria emotiva'. Quando siamo molto stressati siamo più fragili? "Persone stressate o per un trauma, o per una situazione di deprivazione sociale, per un abbandono o un lutto, sono in una situazione sfavorevole.
E' chiaro che è necessario un concorso di elementi per arrivare all'infarto, ma possiamo dire che un forte stress può favorire un danno vascolare.
Il sistema immunitario 'si attiva' perché riceve un ordine sbagliato dall'amigdala e questa reazione si ritorce sulle arterie".

martedì 8 novembre 2016

MTHFR, Depression, and Homocysteine Levels

Source: Genetic Lifehacks

An interesting study came out this year in the Journal of Clinical Psychiatry.  The study, Correlation of Clinical Response With Homocysteine Reduction During Therapy With Reduced B Vitamins in Patients With MDD Who Are Positive for MTHFR C677T or A1298C Polymorphism: A Randomized, Double-Bind, Placebo-Controlled Study, is available in full on the journal’s website.

The study included 330 adults with major depressive disorder who had either MTHFR C667T or A1298C polymorphisms.  (Check your status on these SNPS)   While the study report focuses on the marked reduction in homocysteine levels in the vitamin-treated group, it also reports very impressive reduction in depression scores.

The vitamin treated group were taking high doses of three forms of folate (1mg folic acid, 2.5 mg folinic acid, and 7mg of l-methylfolate), magnesium,  zinc, phosphotidylserine, and iron, along with microgram doses of the active forms of thiamine, B6, adenosyl-B12, NADH, and TMG.  Please see the study for the specific types of each of these vitamins and minerals.

The results of the 8 week trial showed that the vitamin treated group had an average reduction in homocysteine levels from 9.6 at baseline to 7.2 umol/L while the placebo group had a slight increase.

The study included a MADRS (Montgomery-Asberg Depression Rating Scale) score at baseline and after 8 weeks.  The vitamin treated group saw a decrease from an average score of 27 at baseline to 15 after 8 weeks, while the placebo group only saw a 1.3 point drop.

Again, I encourage you all to read through the study for yourselves, but to me, it seems to show a significant improvement for those with MTHFR polymorphisms and major depressive disorder.


Other recent studies on MTHFR, methylfolate, homocysteine, and depression:

1) Effectiveness of add-on l-methylfolate therapy in a complex psychiatric illness with MTHFR C677T genetic polymorphism.
2) Association between MTHFR C677T polymorphism and depression: a meta-analysis in the Chinese population.
3) Homocysteine excess: delineating the possible mechanism of neurotoxicity and depression
4) MTHFR: Genetic variants, expression analysis and COMT interaction in major depressive disorder

venerdì 4 novembre 2016

Così il fumo fa impazzire le cellule e causa i tumori

Fonte: La Repubblica - Salute

Il fumo causa il cancro. Ma come? Per la prima volta uno studio su Science ha cercato di afferrare l’effetto del tabacco sulle cellule. “Fumare un pacchetto al giorno per un anno - spiega Ludmil Alexandrov del Los Alamos National Laboratory americano, coordinatore della ricerca – provoca in ogni singola cellula dei polmoni circa 150 mutazioni genetiche.
E le alterazioni del Dna, come è noto, sono spesso l’anticamera dell’”impazzimento” delle cellule.

Le sostanze.
Nel tabacco sono state identificate almeno 70 sostanze cosiddette “mutagene”.
La loro azione, cioè, è quella di “rimescolare” le lettere con cui è scritta una sequenza di Dna.
Alcune di queste mutazioni sono ricorrenti, e i ricercatori americane le hanno ricercate con pazienza certosina (e computer potentissimi) nei campioni di tumore di oltre 5 mila pazienti.
Alcuni di loro fumavano, altri no. Mettendo a confronto i “rimescolamenti” più ricorrenti nei primi con quelli più ricorrenti nei secondi hanno cercato di ricostruire la catena di eventi che trasforma una cellula sana in una malata negli organi di chi è dipendente dal tabacco.
Questo genere di studi, nato una ventina d’anni fa, si chiama “archeologia del cancro” ed è uno dei più complessi dell’oncologia. Conosciamo infatti molto dei tumori che riusciamo a vedere. Ma poco o nulla delle cellule “primigenie” che innescano la malattia.

I tumori.
Il fumo, causa di quasi un tumore su quattro, è in questo senso un alleato prezioso.
I suoi effetti, hanno ricostruito i ricercatori guidati da Alexandrov, si fanno sentire su almeno 17 tipi di tumori diversi.
Attraverso un primo meccanismo, il tabacco danneggia i tessuti che raggiunge direttamente (polmoni e cavo orale).
Un secondo meccanismo, più subdolo e difficile da capire, agisce invece sugli organi lontani, dalla vescica al fegato.

La bocca.
L’effetto del fumo su bocca, gola e polmoni è diretto. Gli scienziati americani lo descrivono come “una roulette russa”.
Le sostanze mutagene del fumo infatti alterano il Dna delle cellule con cui vengono a contatto seguendo un pattern tipico.
Solo una piccolissima percentuale di queste mutazioni si trasformerà in tumore.
Ma più sigarette si fumano, più le cellule alterate sono numerose (e quindi le probabilità di ammalarsi alte).

Un pacchetto.
Se un pacchetto di sigarette al giorno per un anno provoca 150 mutazioni in ciascuna cellula dei polmoni, per la laringe questo valore è di 97, per la faringe 39 e per la bocca 23.
Il tipo di mutazione osservato in questi tessuti è analogo a quello che è stato osservato nelle cellule in vitro mettendole a contatto con il benzopirene, una delle sostanze chimiche presenti nel fumo di sigaretta.  

L'orologio interno.
Nei tessuti lontani, si è visto, il cancro nasce spesso per un secondo tipo di effetto. Ogni cellula infatti è dotata di una sorta di orologio interno, che la fa invecchiare man mano che il tempo passa.
Nei fumatori, per un fenomeno ancora tutto da decodificare con chiarezza, l’orologio inizia a ticchettare con più rapidità.
I tipi di “rimescolamento” delle lettere del Dna sono diverse rispetto a quelle osservati in bocca, gola e polmoni.
E i ricercatori le hanno rintracciate solo grazie a un software in grado di separare le varie mutazioni del Dna come se si trattasse di separare le diverse conversazioni di una stanza affollata.
La stessa tecnica verrà ora usata per comprendere gli effetti di altri fattori di rischio come alcol, obesità e inquinamento, sulla nascita dei tumori.

mercoledì 10 agosto 2016

Depressione, individuati i 17 geni coinvolti nella malattia

Fonte: La Repubblica Ricerca

IN UN maxi-studio di genetica sono stati individuati "17 geni della depressione", le sequenze genetiche associate alla malattia, più frequentemente rintracciabili sul Dna dei pazienti. La ricerca del Massachusetts General Hospital a Boston, ha coinvolto in una prima fase oltre 300.000 persone di origine europea. Fra queste 75.607 avevano una diagnosi clinica di depressione. Analizzandone il Dna e confrontandolo con il Dna di individui sani, gli esperti sono riusciti a evidenziare differenze a livello genetico in almeno 15 diverse posizioni del genoma, per un totale di 17 "geni della depressione".

Lo studio, pubblicato sulla rivista Nature Genetics, è importante perché è uno dei più vasti sul collegamento fra disturbi depressivi e genetica. L'analisi del Dna è stata poi ripetuta su altri due campioni di individui confermando il risultato. Per quanto la depressione sia un disturbo complesso (con profonde interferenze ambientali - il vissuto di una persona, le esperienze negative e altro), questo studio è importante perché offre un quadro della "biologia della malattia", ovvero delle sue "radici" biologiche e potrebbe in futuro orientare la ricerca verso la scoperta dei meccanismi 'organici'  che scatenano i disturbi depressivi e verso nuove soluzioni farmacologiche.

INFOGRAFICA - Gli italiani e la depressione

In Italia 4,5 milioni sono le persone colpite da depressione e le donne lo sono in particolare nei periodi di loro maggiore vulnerabilità. In un recente studio è emerso che trascorrono 23 mesi tra comparsa dei primi sintomi e decisione di rivolgersi a un medico, mentre il tempo prima di ricevere una diagnosi è di 25,5 mesi. Diversi studi, in passato, hanno suggerito un collegamento fra genetica e patologia. Un anno fa un'altro studio pubblicato su Nature ha messo in evidenza il collegamento tra due varianti genetiche e i disturbi depressivi. Mentre una ricerca del 2013 della Johns Hopkins University School of Medicine a Baltimora, aveva individuato i geni collegati alla depressione post-partum.

venerdì 6 maggio 2016

Scoperta l'arma segreta del tumore: 'costringe' organi anche distanti ad alimentarlo

Fonte: La Repubblica Salute

Un tumore localizzato in un organo è capace di riprogrammare il metabolismo di altri organi a distanza, alterandone le funzioni metaboliche e provocando così ulteriori danni all'organismo. Per riuscirci, il cancro forza a suo piacimento i meccanismi dell'orologio interno dell'organo-bersaglio e lo induce a 'lavorare' per lui, cioè a nutrire le sue cellule tumorali. Succede nel fegato e a scardinarne il metabolismo è l'adenocarcinoma al polmone. Il tumore altera i ritmi circadiani dell'organo-bersaglio, scatena una forte infiammazione che inibisce i segnali dell'insulina e riduce la tolleranza al glucosio, provocando iperglicemia e riorganizzando così il metabolismo lipidico a suo piacimento.

La scoperta, pubblicata oggi su Cell e di grande impatto biomedico, è stata fatta su topolini con adenocarcinoma ai polmoni dai ricercatori del Centro per l'Epigenetica e il Metabolismo della University of California, ad Irvine, diretti dall'italiano Paolo Sassone-Corsi, il più grande studioso al mondo dei ritmi circadiani.

"Un tumore, localizzato in un organo, è responsabile della riprogrammazione metabolica di altri organi, tra cui il fegato. E' la prima volta che viene messo in rilievo questo effetto 'a distanza' di un tumore - spiega Paolo Sassone-Corsi  - . Credo davvero che questo studio cambierà le strategie di lotta ai tumori perché fa capire come il cancro influenzi il metabolismo di tutto il corpo. La scoperta è di grande rilevanza per tutti".

"Le implicazioni sono molteplici - spiega lo studioso - , tra cui la possibilità a livello clinico di trattare i pazienti prendendo in considerazione le trasformazioni metaboliche imposte dal tumore, e per le quali il paziente è spesso in gravi difficoltà. A questo si aggiunge che, comprendendo come l'omeostasi del fegato viene riprogrammata dal tumore, si potranno trovare vie alternative per colpire l'accrescimento tumorale. I malati di cancro sono sottoposti a enormi stress metabolici, fisiologici e psicologici - prosegue Sassone-Corsi - . E' noto che molti pazienti muoiono per complicanze sistemiche piuttosto che per lo sviluppo tumorale. Il nostro studio individua come il tumore ai
polmoni alteri a distanza il metabolismo del fegato attraverso i ritmi circadiani, riprogrammandone il metabolismo. Conoscendo questi meccanismi molecolari accumuleremo informazioni essenziali per i medici quando devono pianificare la chemioterapia e altri tipi di trattamenti farmacologici".

Diabete, cambiare l'ordine delle portate: così si può 'imbrogliare' il metabolismo ed evitare il picco glicemico

Fonte: La Repubblica salute

Imbrogliare il nostro metabolismo per evitare il picco glicemico dopo i pasti, che preoccupa molto i diabetici. Ma che non fa bene neanche agli altri. Ora due studi dell'Università di Pisa hanno scoperto che per imbrogliarlo basta invertire l'ordine con cui si mangia: prima un antipasto proteico e poi pane o pasta, meglio se integrali. Già in questo modo si riesce ad abbassare il picco glicemico post prandiale del 30 per cento. E' una delle novità emerse a Rimini dai lavori del 26° Congresso nazionale della Società italiana di diabetologia.

Tra i consigli dei ricercatori, moderazione con gli alcolici, che innalzano la glicemia; la frutta va mangiata anche come snack, possibilmente abbinata a una fonte proteica, evitando quella troppo dolce, quindi banane, cachi, uva e fichi; prudenza con le ciliegie e con tutta la frutta estiva, ma via libera a mele, pere, agrumi e fragole. Ovviamente al bando tutti gli zuccheri semplici, che danno un immediato picco glicemico, compresi quelli contenuti nelle bevande dolcificate, come quelle a base di cola o di succo di arancia. E ancor di più quelle dolcificate con fruttosio, considerato lo zucchero più a rischio perché - come ha spiegato Giorgio Sesti, presidente eletto della Società italiana di Diabetologia, non solo fa innalzare bruscamente la glicemia, ma fa aumentare l'acido urico, che è un fattore di rischio importante per gli eventi cardiovascolari, è predittore di danno renale, e provoca statosi epatica, ovvero grasso nel fegato.

L'alimentazione è certamente un argomento sensibile per i diabetici, spesso travolti da consigli contraddittori e da divieti senza ragion d'essere. In realtà gli alimenti davvero vietati non sono moltissimi. E forse sarebbe utile che anche i non diabetici li limitassero. Sono quelli che hanno un indice glicemico alto, come le patate, la frutta molto zuccherina o il pane bianco. Da privilegiare invece proteine, carboidrati complessi come pane e pasta integrali, verdure, olio extravergine d'oliva. E ci sta anche un gelato. "Un gelato alla frutta, senza troppi zuccheri - continua Sesti - o anche un sorbetto, di quelli un po' aspri. Tra le proteine, al primo posto ci sono certamente i legumi, al secondo il pesce, soprattutto quello azzurro, che contiene Omega 3. Al terzo posto le carni, scegliendo le più magre, quindi meglio pollo e tacchino di manzo e maiale. O anche formaggi non grassi, o la ricotta. Il pasto ideale per un diabetico è pasta e fagioli o pasta e ceci. Importantissima la fibra, che fa assorbire meno grassi e zuccheri e fa rallentare lo svuotamento gastrico: quindi alimenti integrali e verdura a foglia, come bieta, spinaci, radicchio, cicoria; ortaggi a radice, come carote, rape e barbabietole, ma anche carciofi e pomodori".

Con queste componenti e con le percentuali consigliate (carboidrati al 45-50 per cento, grassi sotto il 30 e proteine sotto 15 per cento), si torna alla nostra dieta mediterranea, seguita in tutto il mondo con alimenti differenti. "La dieta mediterranea è protettiva ed è molto equilibrata - continua il presidente Sid - ma il paziente diabetico deve poi cercare di rallentare quanto più possibile lo svuotamento gastrico per evitare l'innalzamento della glicemia". Piccoli trucchi, come masticare lentamente, tagliare il cibo in piccoli pezzi, posare la posata tra un boccone e l'altro. Ma anche scegliere gli alimenti con più fibra. Questo perché i "picchi iperglicemici della prima o seconda ora dopo i pasti - avverte Sesti - danneggiano i vasi con un meccanismo di stress ossidativo e infiammazione. Insultando il nostro endotelio, che è particolarmente sensibile. Questo vale per tutti, non solo per i diabetici".

Dieta e ancor di più attività fisica svolgono un altro ruolo ed hanno effetti che nessun farmaco è riuscito finora ad ottenere: un'attività aerobica di almeno un'ora riesce ad attivare dei meccanismi di lipolisi grazie ai quali il grasso invisibile - ed estremamente pericoloso - nascosto in fegato, cuore, pancreas
e muscolo scheletrico, viene rilasciato dagli organi dove si era depositato e poi eliminato. Con effetti benefici immediati". Insomma, oltre alla giusta scelta degli alimenti, per star bene bisogna decidere di muoversi davvero. Non c'è pillola che possa sostituire il movimento.

mercoledì 27 aprile 2016

Vitamin D prevents prostate cancer

(Source: http://www.drmirkin.com/men/9431.html)

An article in the British medical journal, Lancet, offers evidence that lack of vitamin D causes prostate cancer.

Most men meet their needs for vitamin D through exposure to sunlight because they do not get enough from their diet. Men who live in colder climates have a higher incidence of prostate cancer because they get less sunlight. Studies from Harvard School of public Health show that men who drink more than four glasses of milk a day have low blood levels of vitamin D and are at increased risk for prostate cancer. Calcium uses up vitamin D and not enough vitamin D is added to milk to cover the extra calcium used.

This study shows that prostate cancer is associated with not exposing skin to sunlight and not going on holidays to beach resorts. Susceptibility to prostate cancer was not found to be associated with vasectomy, benign prostatic enlargement or eating any particular food.