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venerdì 13 gennaio 2017

Scoperto perché lo stress manda in tilt il cuore

Fonte: La Repubblica Ricerca

Se siamo stressati mettiamo a rischio anche il nostro cuore.
Può farci male come fumare o avere la pressione alta.
Da tempo si conosceva la relazione fra stati di tensione e affaticamento con le malattie cardiache, ma ora uno studio, pubblicato su 'The Lancet', ha evidenziato che l'amigdala, quella parte del cervello che gestisce le emozioni, diventa iperattiva e aziona le difese immunitarie scatenando processi infiammatori deleteri per l'apparato cardiovascolare.

Stress e sistema immunitario
I ricercatori del Massachusetts General Hospital e dell'Icahn School of Medicine at Mount Sinai (Ismms) di New York, hanno scoperto che l'accresciuta attività dell'amigdala, l'area che elabora le emozioni come l'ansia, la paura o la rabbia, segnala al midollo osseo di produrre più cellule di globuli bianchi, che a loro volta agiscono sulle arterie infiammandole.
In pratica il cervello manda al sistema immunitario 'un segnale sbagliato' e quest'ultimo, in determinate condizioni, può causare infarto, angina e ictus.
Il collegamento potenziale "aumenta la possibilità che ridurre le stress può produrre benefici che vanno oltre il miglior senso di benessere psicologico", scrive l'autore, Ahmed Tawakol, del Massachusetts General Hospital e professore associato alla Harvard Medical School.

Lo studio
Gli autori dello studio hanno analizzando i dati di imaging e cartelle cliniche di quasi 300 persone sottoposte a Pet/Ct principalmente per screening oncologici, con un radiofarmaco che misura l'attività delle aree del cervello da un lato e mette in luce l'infiammazione nelle arterie dall'altro.
Tra i soggetti analizzati nessuno aveva un tumore attivo o malattie cardiovascolari quando si è sottoposto all'esame.
Dopo un periodo di monitoraggio dell'intero campione della durata media di quasi 4 anni, è emerso che i soggetti più stressati e con amigdala più attiva sviluppano malattie cardiovascolari con maggiore frequenza.
"Mentre un collegamento tra stress e malattie cardiache è stato da tempo stabilito, il meccanismo che media questo rischio non era stato chiaramente individuato  -  spiega Ahmed Tawakol, della divisione di cardiologia del Massachusetts General Hospital, autore principale del lavoro - .
Gli studi sugli animali hanno dimostrato che lo stress sollecita il midollo osseo a produrre globuli bianchi, portando a un'infiammazione arteriosa.
La nostra ricerca suggerisce che un percorso analogo esiste anche negli esseri umani".

Gli esperti hanno ripetuto lo studio su 13 soggetti con disturbo da stress post-traumatico, una condizione che segue a un forte trauma e hanno visto che avevano amigdala e sistema immunitario più attivi, una maggiore infiammazione dei vasi e maggior rischio di malattie cardiovascolari.

Traumi e malattie
"Già in passato si era già visto che pazienti con problemi neuropsichiatrici come ad esempio, con sindrome ansiosa depressiva o con stress post-straumatico, avevano un'attività abnorme dell'amigdala - spiega Furio Colivicchi, direttore dell'UOC di Cardiologia del San Filippo Neri - .
Grazie a questi esami è stato possibile vedere quali sono le aree del cervello 'attive' in determinati momenti e a intuire per la prima volta il collegamento fra stress e il funzionamento di milza e midollo osseo che regolano il sistema immunitario".

Stressati e 'fragili'
L'amigdala è la nostra 'memoria emotiva'. Quando siamo molto stressati siamo più fragili? "Persone stressate o per un trauma, o per una situazione di deprivazione sociale, per un abbandono o un lutto, sono in una situazione sfavorevole.
E' chiaro che è necessario un concorso di elementi per arrivare all'infarto, ma possiamo dire che un forte stress può favorire un danno vascolare.
Il sistema immunitario 'si attiva' perché riceve un ordine sbagliato dall'amigdala e questa reazione si ritorce sulle arterie".

mercoledì 10 agosto 2016

Depressione, individuati i 17 geni coinvolti nella malattia

Fonte: La Repubblica Ricerca

IN UN maxi-studio di genetica sono stati individuati "17 geni della depressione", le sequenze genetiche associate alla malattia, più frequentemente rintracciabili sul Dna dei pazienti. La ricerca del Massachusetts General Hospital a Boston, ha coinvolto in una prima fase oltre 300.000 persone di origine europea. Fra queste 75.607 avevano una diagnosi clinica di depressione. Analizzandone il Dna e confrontandolo con il Dna di individui sani, gli esperti sono riusciti a evidenziare differenze a livello genetico in almeno 15 diverse posizioni del genoma, per un totale di 17 "geni della depressione".

Lo studio, pubblicato sulla rivista Nature Genetics, è importante perché è uno dei più vasti sul collegamento fra disturbi depressivi e genetica. L'analisi del Dna è stata poi ripetuta su altri due campioni di individui confermando il risultato. Per quanto la depressione sia un disturbo complesso (con profonde interferenze ambientali - il vissuto di una persona, le esperienze negative e altro), questo studio è importante perché offre un quadro della "biologia della malattia", ovvero delle sue "radici" biologiche e potrebbe in futuro orientare la ricerca verso la scoperta dei meccanismi 'organici'  che scatenano i disturbi depressivi e verso nuove soluzioni farmacologiche.

INFOGRAFICA - Gli italiani e la depressione

In Italia 4,5 milioni sono le persone colpite da depressione e le donne lo sono in particolare nei periodi di loro maggiore vulnerabilità. In un recente studio è emerso che trascorrono 23 mesi tra comparsa dei primi sintomi e decisione di rivolgersi a un medico, mentre il tempo prima di ricevere una diagnosi è di 25,5 mesi. Diversi studi, in passato, hanno suggerito un collegamento fra genetica e patologia. Un anno fa un'altro studio pubblicato su Nature ha messo in evidenza il collegamento tra due varianti genetiche e i disturbi depressivi. Mentre una ricerca del 2013 della Johns Hopkins University School of Medicine a Baltimora, aveva individuato i geni collegati alla depressione post-partum.

giovedì 2 maggio 2013

Autismo, schizofrenia, ADHD, bipolarismo e depressione condividono gli stessi geni

Da Repubblica Salute (28/02/13).

Autismo e schizofrenia pari non sono, su questo non c'è dubbio alcuno.
Ma uno studio pubblicato sulla prestigiosa rivista medica Lancet ora getta nuova luce sui fattori in comune di queste due malattie e di altre tre: sindrome da deficit di attenzione e iperattività (ADHD), disturbo bipolare e depressione.
Tutte queste malattie condividono infatti alcuni rischi d'origine genetica.

A dimostrarlo è appunto un'enorme studio del Psychiatric Genomics Consortium, un ente a cui collaborano ricercatori in 19 paesi, che ha analizzato 61mila individui, alcuni che soffrivano di questi disturbi e altri no.
"Queste malattie, che oggi consideriamo nettamente diverse le une dalle altre, potrebbero avere confini molto più smussati", spiega il dottor Jordan Smoller del Massachusetts General Hospital, uno dei medici a capo del progetto.

I ricercatori hanno trovato quattro regioni di dna collegato a tutti e cinque i disturbi, e in particolare le variazioni di due geni che regolano il flusso di calcio nelle cellule cerebrali, meccanismo chiave con cui i neuroni dialogano.

Secondo i ricercatori, queste variazioni possono essere uno dei processi precursori dell'insorgere della malattia.
E chiarire questo funzionamento può avere importanti ripercussioni nella diagnosi di questi disturbi.
Perché il problema con le malattie mentali è proprio un'identificazione adeguata.
Se per le malattie fisiche esistono esami specifici, in psichiatria questo è più aleatorio.
"E dobbiamo migliorare la nostra comprensione di ciò che va storto biologicamente per diagnosticarle al meglio", spiega Bruce Cuthbert del National Institute on Mental Health, che ha finanziato lo studio.

Va detto chiaramente per non generare false aspettative: questo studio non porterà nell'immediato alcun beneficio ai pazienti e alle loro famiglie.
Queste malattie insorgono per un complesso numero di fattori di rischio e di geni, e questi individuati oggi sono solo una parte del mix.