L’indice infiammatorio degli alimenti è un concetto poco conosciuto dalla maggior parte dei consumatori, anche se trova uno spazio rilevante nell’ambito medico nutrizinale.
Il blogger Günther Karl Fuchs autore di Papille Vagabonde in questo articolo spiega qual'è la relazione tra il cibo ingerito e lo stato di infiammazione che si può generare nell’organismo.
Che cos’è l’indice di infiammazione degli alimenti? E a chi serve?
Attualmente è un indice utilizzato più negli studi medico-scientifici che nella quotidianità.
L’infiammazione è associata a una serie di condizioni di salute croniche, come il cancro e le malattie cardiovascolari, quindi ridurla può aiutare a prevenire o, in certi casi, trattare queste patologie.
Diversi studi indicano che l’alimentazione può contribuire a modulare l’infiammazione.
La ricerca negli ultimi anni ha dimostrato che ci sono alimenti in grado di stimolare uno stato infiammatorio, e altri che possono contribuire a ridurlo.
L’infiammazione è una risposta difensiva dell’organismo ad attacchi esterni, una normale reazione del sistema immunitario.
Il problema sorge quando la situazione dura a lungo e si cronicizza nel tempo.
Quando accade si parla di infiammazione cronica sistemica di basso grado (chronic low-grade inflamation), una condizione che può stimolare l’invecchiamento cellulare e favorire, secondo i ricercatori, lo sviluppo di patologie degenerative come le malattie cardiovascolari, l’artrite reumatoide, il diabete e l’Alzheimer.
Per questa ragione i nutrizionisti invitano a seguire un’alimentazione ricca di cibi antinfiammatori e con meno cibi pro-infiammatori.
L’indice si calcola in base all’impatto della proteina C reattiva, una proteina misurabile nel sangue prodotta dal fegato, che funge da marker biologico stabile per la rilevazione dell’infiammazione in una fase precoce.
Non è la prima volta che si sente parlare della proteina C reattiva (PCR), in quanto si tratta di un esame del sangue che può essere prescritto quando c’è il sospetto di un infezione batterica, una meningite, cancro, ma anche una malattia infiammatoria intestinale, autoimmune, l’artrite reumatoide, un’artrite cronica o il morbo di Chron.
Una volta valutata la reazione dell’alimento alla proteina C reattiva, i cibi vengono suddivisi in 3 categorie: pro-infiammatori, antinfiammatori o neutri.
Non è escluso che in futuro questa classificazione possa diventare un indice più noto al pubblico, in virtù dell’eccessivo aumento delle patologie legate all’infiammazione.
Gli alimenti pro-infiammatori sono quelli che per le loro caratteristiche hanno la possibilità di peggiorare lo stato d’infiammazione.
In genere si tratta di alimenti industriali molto elaborati che contengono tra gli ingredienti oltre a grassi saturi e colesterolo, anche additivi, coloranti, dolcificanti ed esaltatori di sapidità:
Dolci e merendine industriali
Dadi da brodo
Zuppe pronte
Sughi pronti
Carni elaborate
Salumi (per il contenuto di grassi saturi e colesterolo)
Würstel
Filetti di pollo e pesce impanati
Alcol
Patate e chips*
Gli alimenti che riducono lo stato infiammatorio, in genere sono quelli con molte fibre e alcuni micronutrienti contenuti in frutta e verdura. Nell’elenco troviamo:
Cereali in particolare quelli integrali, oltre al grano il riso, avena, orzo, farro, segale, grano saraceno, miglio.
Olio extravergine d’oliva (per il contenuto di grassi monoinsaturi, vitamina E e polifenoli)
Cipolle
Mele
Semi di lino e di zucca
Mandorle e noci
Frutti di bosco
Curcuma e zenzero
Ananas
All’interno di un’alimentazione equilibrata può essere utile prediligere alimenti antinfiammatori, con un indice d’infiammazione basso, in particolare per le persone a cui sono state già diagnosticate o quando c’è il rischio di sviluppare patologie autoimmuni, malattie cardiovascolari e malattie degenerative.
Sebbene l’indice infiammatorio degli alimenti possa rappresentare per molti una novità, la teoria non aggiunge nulla alle conoscenze già note.
L’invito è sempre quello di consumare più cereali, meglio se integrali, prediligere l’olio d’oliva extravergine, mangiare cinque porzioni di frutta e verdura fresca al giorno, l’utilità del consumo, anche se moderato, di frutta secca (mandorle, noci) e la limitazione di tutti gli alimenti industriali elaborati ricchi di sale, grassi saturi, zucchero, additivi ed esaltatori di sapidità.
(*) Nota:
Ha destato molta perplessità l’inserimento da parte dei ricercatori nella lista degli alimenti infiammatori delle patate, che va ricordato però hanno un alto indice glicemico (come zucchero e farina 00).
È nota la relazione tra un alimentazione ad alto indice glicemico e alto indice infiammatorio, anche se l’indice glicemico delle patate varia per esempio in quelle al forno da 56 a 111, se bollite da 56 a 101.
È necessario tenere presente che le patate richiamano anche una certa quantità di grassi come condimento nella cucina tradizionale e anche frequenza di consumo e quantità.
I ricercatori non invitano a eliminare, ma a ridurre il consumo.
Non bisogna concentrarsi su un alimento specifico ma sull’alimentazione in generale, che oggi è particolarmente ricca di alimenti già pronti. Ridurre anche solo in parte quelli sarebbe un ottimo traguardo, al di là della patata.
giovedì 23 agosto 2018
sabato 7 aprile 2018
L’overdose di cibo “supergrasso” trasforma i globuli rossi
Fonte: La Repubblica (articolo originale)
Avete presente un globulo rosso, la cellula dal sangue che grazie all’emoglobina contenuta trasporta l’ossigeno a tutto l’organismo?
Nel corpo umano ce ne sono miliardi di miliardi e, tra le loro funzioni, c’è anche la regolazione della disponibilità di ossido nitrico che aiuta le arterie a mantenersi elastiche e quindi a dilatarsi in caso di bisogno.
Ma quanta differenza esiste tra un globulo rosso di una stessa persona prima e dopo un pasto ricchissimo in grassi.
Basta un solo appuntamento con questo tipo di cibo per rendere queste cellule più piccole e modificarne la forma.
Infatti, un carico in acuto di cibo grasso creerebbe veri e propri “spuntoni” sulla superficie dei globuli rossi, capaci non solo di modificarne la forma ma anche di “alterare” la loro funzione.
Tutte queste trasformazioni negative, presumibilmente temporanee, si osservano dopo una sola overdose di grassi alimentari.
A dimostrarlo è una ricerca apparsa su Laboratory Investigation e condotta dagli scienziati del Medical College della Georgia, di Augusta.
Lo studio, coordinato da Tyler W. Benson, è estremamente semplice.
Sono stati presi in esame dieci uomini che facevano regolare attività fisica e che avevano valori di colesterolo e trigliceridi del sangue perfettamente nella norma.
Poi sono stati fatti due gruppi da cinque.
Nel primo, i volontari hanno assunto una sorta di “beverone” ad altissimo contenuto in grassi, con un calcolo delle calorie proporzionato al fisico del soggetto, una sorta di pasto “iperlipidico” spinto.
Nel secondo invece, pur se con lo stesso quantitativo calorico, l’apporto nutrizionale in lipidi era estremamente ridotto e compensato da carboidrati e proteine.
Dopo quattro ore dal pasto sono stati fatti gli esami del sangue, gli scienziati si sono concentrati in particolare sulle caratteristiche dei globuli rossi e sono apparse le sorprese sotto forma di una riduzione della dimensione e un cambio della loro forma.
Sono comparsi infatti dei globuli rossi caratterizzati da un bordo “frastagliato”, presumibilmente meno capaci di viaggiare nei vasi sanguinei più piccoli, dove queste cellule consegnano normalmente il loro carico di ossigeno.
Inoltre, è bastata un’unica overdose alimentare di lipidi per notare un altro fenomeno potenzialmente negativo per il cuore: l’eccesso concentrato di grasso alimentare ha indotto un aumento della mieloperossidasi, enzima che già in passato ha dimostrato di influenzare l’elasticità delle arterie e l’ossidazione del colesterolo HDL, a tutto vantaggio di quello “cattivo” o LDL.
«Questo studio è interessante - segnala Pablo Werba, responsabile dell’Unità Prevenzione Aterosclerosi del Centro Cardiologico Monzino, IRCCS di Milano - perché scopre possibili meccanismi alla base dell’insorgenza “inaspettata” di problemi coronarici, come l’angina o l’infarto del miocardio, dopo un’abbuffata di cibo grasso.
Le evidenze emerse ci suggeriscono di considerare anche questo eccesso insieme agli altri comportamenti più noti che possono scatenare eventi cardiaci, come gli episodi di ira o gli sforzi fisici esagerati e inconsueti».
Insomma: l’eccesso di grasso alimentare può risultare davvero uno stress per il sangue e per il cuore. Quindi, meglio evitare overdose di cibo ipergrasso.
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domenica 5 novembre 2017
Mai esagerare con lo sport, più di 7 ore e mezza di allenamento a settimana fanno male
Fonte: Articolo La Repubblica Salute
Il troppo stroppia, forse anche nello sport: gli uomini che praticano attività fisica per più di 7 ore e mezza a settimana presentano un rischio aumentato dell'86% di depositi di calcio alle arterie coronarie.
E queste placche, in base a recenti evidenze, sembrano essere associate a eventi cardiovascolari anche fatali, come infarto e ictus.
A dimostrare l'associazione fra sport eccessivo e calcificazioni alle coronarie è uno studio Usa, chiamato Cardia (Coronary Artery Risk Development in Young Adult Study), condotto su migliaia di persone, che ha analizzato su un periodo di oltre 25 anni gli effetti a lungo termine di un esercizio sportivo molto frequente.
Il rischio emerso dall'indagine – che per ora rimane una semplice associazione statistica e non dimostra un rapporto di causa-effetto fra troppo sport e placche di calcio nelle arterie – riguarda principalmente gli individui di sesso maschile e di etnia bianca.
Tutti i dettagli della ricerca sono pubblicati su Mayo Clinic Proceedings (vedi sotto).
La calcificazione delle arterie consiste in depositi di calcio sulle arterie coronarie che, insieme alle note placche aterosclerotiche (composte da varie sostanze fra cui il famoso colesterolo), sembrano aumentare il rischio di infarto e altri eventi cardiovascolari.
Tuttavia il legame fra calcificazioni coronariche e rischio di infarto è ancora oggetto di studio da parte della comunità scientifica.
E lo studio Cardia nasce anche dall'esigenza di comprendere meglio questo legame, come ha spiegato Stefano Bianchi, cardiologo al Fatebenefratelli San Giovanni Calibita, Isola Tiberina di Roma.
“Questa ampia ricerca – ha sottolineato l'esperto – è nata per valutare se e in che modo la genetica e lo stile di vita, dalla dieta all'attività fisica, abbiano un'influenza sull'evoluzione della malattia coronarica e sul rischio di infarto”.
Per svolgere l'indagine gli autori hanno selezionato un campione di quasi 3.200 persone che, all'inizio dello studio, nel 1985,avevano un'età compresa fra i 18 e i 30 anni, mentre alla fine , nel 2011, erano fra i 43 e i 55 anni.
Il team di scienziati ha assegnato i partecipanti a diverse categorie in base all'attività fisica svolta, che è stata costantemente valutata durante intervalli di tempo regolari.
Le categorie comprendevano un gruppo di soggetti meno attivi, che avevano svolto meno di 150 minuti di esercizio a settimana; poi vi era un campione di persone che aveva svolto attività mediamente per 150 minuti a settimana, attenendosi dunque alle raccomandazioni delle linee guida internazionali; ed infine i più attivi, che si muovevano per più di 450 minuti a settimana – circa 7 ore e mezza –, superando di più di tre volte la quantità di esercizio raccomandata dagli esperti.
L'intensità dell'attività fisica presa in considerazione variava da un livello moderato, come una camminata o il giardinaggio, fino ad un grado intenso, come la corsa o il nuoto.
La quantità di attività fisica veniva poi messa in relazione con la malattia coronarica e il rischio di infarto.
“Questi due elementi – ha spiegato Bianchi – sono stati espressi attraverso il numero e la gravità delle placche di arteriosclerosi.
Queste placche sono state visionate dagli autori dello studio mediante una Tac coronarica”.
A sorpresa per gli autori dello studio, che non si aspettavano questo risultato, chi aveva svolto un'elevata attività fisica, superando le 7 ore e mezza a settimana, presentava, a distanza di 25 anni, una maggiore incidenza di calcificazioni alle coronarie intorno ai 50 anni.
Mentre i partecipanti del gruppo meno attivo, che avevano praticato meno di 150 minuti di esercizi a settimana, sono risultati anche meno a rischio di queste calcificazioni alle coronarie.
Nel caso di un'elevata attività sportiva, superiore alle 7 ore e mezza a settimana, il rischio di placche di calcio alle coronarie aumentava dell'86% nelle persone di sesso maschile e etnia bianca, mentre cresceva meno, cioè del 27%, se si considerano tutte le categorie di persone (entrambi i sessi e tutte le etnie).
“Questa sotto-analisi – ha illustrato Bianchi – all'interno del vasto studio Cardia, pubblicata da Mayo Clinic, sembrerebbe mostrare che l’eccessiva attività fisica, tre volte superiore a quella consigliata dalle linee guida internazionali, possa essere controproducente per la salute delle coronarie”.
Le ragioni di questo dato sono ancora da approfondire e pongono interessanti quesiti, dato che ad esempio gli uomini caucasici sembrano essere più a rischio. Ma c'è anche un'altra faccia della medaglia: un'elevata attività fisica potrebbe anche fungere da elemento protettivo contro la rottura delle placche aterosclerotiche, dunque contro gli attacchi di cuore. Un elemento ancora tutto da valutare, che apre il dibattito su importanti aspetti della salute cardiovascolare.
Quella di oggi, inoltre, non è la prima ricerca sul tema delle calcificazioni coronariche, che già in base a ricerche precedenti sembrano
Il troppo stroppia, forse anche nello sport: gli uomini che praticano attività fisica per più di 7 ore e mezza a settimana presentano un rischio aumentato dell'86% di depositi di calcio alle arterie coronarie.
E queste placche, in base a recenti evidenze, sembrano essere associate a eventi cardiovascolari anche fatali, come infarto e ictus.
A dimostrare l'associazione fra sport eccessivo e calcificazioni alle coronarie è uno studio Usa, chiamato Cardia (Coronary Artery Risk Development in Young Adult Study), condotto su migliaia di persone, che ha analizzato su un periodo di oltre 25 anni gli effetti a lungo termine di un esercizio sportivo molto frequente.
Il rischio emerso dall'indagine – che per ora rimane una semplice associazione statistica e non dimostra un rapporto di causa-effetto fra troppo sport e placche di calcio nelle arterie – riguarda principalmente gli individui di sesso maschile e di etnia bianca.
Tutti i dettagli della ricerca sono pubblicati su Mayo Clinic Proceedings (vedi sotto).
La calcificazione delle arterie consiste in depositi di calcio sulle arterie coronarie che, insieme alle note placche aterosclerotiche (composte da varie sostanze fra cui il famoso colesterolo), sembrano aumentare il rischio di infarto e altri eventi cardiovascolari.
Tuttavia il legame fra calcificazioni coronariche e rischio di infarto è ancora oggetto di studio da parte della comunità scientifica.
E lo studio Cardia nasce anche dall'esigenza di comprendere meglio questo legame, come ha spiegato Stefano Bianchi, cardiologo al Fatebenefratelli San Giovanni Calibita, Isola Tiberina di Roma.
“Questa ampia ricerca – ha sottolineato l'esperto – è nata per valutare se e in che modo la genetica e lo stile di vita, dalla dieta all'attività fisica, abbiano un'influenza sull'evoluzione della malattia coronarica e sul rischio di infarto”.
Per svolgere l'indagine gli autori hanno selezionato un campione di quasi 3.200 persone che, all'inizio dello studio, nel 1985,avevano un'età compresa fra i 18 e i 30 anni, mentre alla fine , nel 2011, erano fra i 43 e i 55 anni.
Il team di scienziati ha assegnato i partecipanti a diverse categorie in base all'attività fisica svolta, che è stata costantemente valutata durante intervalli di tempo regolari.
Le categorie comprendevano un gruppo di soggetti meno attivi, che avevano svolto meno di 150 minuti di esercizio a settimana; poi vi era un campione di persone che aveva svolto attività mediamente per 150 minuti a settimana, attenendosi dunque alle raccomandazioni delle linee guida internazionali; ed infine i più attivi, che si muovevano per più di 450 minuti a settimana – circa 7 ore e mezza –, superando di più di tre volte la quantità di esercizio raccomandata dagli esperti.
L'intensità dell'attività fisica presa in considerazione variava da un livello moderato, come una camminata o il giardinaggio, fino ad un grado intenso, come la corsa o il nuoto.
La quantità di attività fisica veniva poi messa in relazione con la malattia coronarica e il rischio di infarto.
“Questi due elementi – ha spiegato Bianchi – sono stati espressi attraverso il numero e la gravità delle placche di arteriosclerosi.
Queste placche sono state visionate dagli autori dello studio mediante una Tac coronarica”.
A sorpresa per gli autori dello studio, che non si aspettavano questo risultato, chi aveva svolto un'elevata attività fisica, superando le 7 ore e mezza a settimana, presentava, a distanza di 25 anni, una maggiore incidenza di calcificazioni alle coronarie intorno ai 50 anni.
Mentre i partecipanti del gruppo meno attivo, che avevano praticato meno di 150 minuti di esercizi a settimana, sono risultati anche meno a rischio di queste calcificazioni alle coronarie.
Nel caso di un'elevata attività sportiva, superiore alle 7 ore e mezza a settimana, il rischio di placche di calcio alle coronarie aumentava dell'86% nelle persone di sesso maschile e etnia bianca, mentre cresceva meno, cioè del 27%, se si considerano tutte le categorie di persone (entrambi i sessi e tutte le etnie).
“Questa sotto-analisi – ha illustrato Bianchi – all'interno del vasto studio Cardia, pubblicata da Mayo Clinic, sembrerebbe mostrare che l’eccessiva attività fisica, tre volte superiore a quella consigliata dalle linee guida internazionali, possa essere controproducente per la salute delle coronarie”.
Le ragioni di questo dato sono ancora da approfondire e pongono interessanti quesiti, dato che ad esempio gli uomini caucasici sembrano essere più a rischio. Ma c'è anche un'altra faccia della medaglia: un'elevata attività fisica potrebbe anche fungere da elemento protettivo contro la rottura delle placche aterosclerotiche, dunque contro gli attacchi di cuore. Un elemento ancora tutto da valutare, che apre il dibattito su importanti aspetti della salute cardiovascolare.
Quella di oggi, inoltre, non è la prima ricerca sul tema delle calcificazioni coronariche, che già in base a ricerche precedenti sembrano
Link
Articolo originale (Inglese)sabato 22 luglio 2017
Over 70, un cocktail di proteine per 'ringiovanire' i muscoli
Tratto da Repubblica Ricerca (link articolo originale)
IL DECLINO nella massa e funzione dei muscoli che avviene normalmente con l’età non è un destino obbligato: lo si può contrastare, anche passati i settant’anni, con risultati discreti (almeno nel breve/medio periodo) con gli integratori di proteine, perfino se non si fa esercizio fisico.
A suggerirlo è uno studio del Metabolism Research Group della McMaster University di Hamilton (Canada) pubblicato su Plos One.
LO STUDIO
I ricercatori hanno studiato gli effetti su gruppo di 49 uomini, età media 73 anni, di un cocktail di diversi integratori: proteine del siero del latte, creatina, vitamina D, calcio e omega 3.
Sono stati formati due gruppi. Per sei settimane, durante le quali nessun soggetto ha svolto particolare attività fisica, i soggetti del primo gruppo hanno bevuto due volte al giorno il cocktail proteinico, gli altri un placebo.
Allo scadere del periodo, i membri del primo gruppo avevano in media acquisito 700 grammi di massa magra.
«E’ la prima volta che un supplemento proteico multi-ingrediente viene trovato in grado di aumentare la massa muscolare magra negli anziani anche in assenza di esercizio fisico» spiega Gianni Parise, ricercatore alla McMaster University di Hamilton (Canada).
Difficile isolare il singolo supplemento più efficace: «Abbiamo voluto studiare l’effetto di un cocktail di sostanze perché ogni supplemento agisce per vie biochimiche diverse – ad esempio le proteine del siero del latte stimolano i processi cellulari che sviluppano i muscoli, invece la creatina ha effetto aumentando la ritenzione d’acqua e gonfiando le cellule - e non tutti rispondono allo stesso modo agli stessi stimoli: combinare più supplementi ci è parso il modo per massimizzare gli effetti».
La seconda fase dell’esperimento ha sottoposto entrambi i gruppi a un regime di esercizi di resistenza fisica (due volte alla settimana) e allenamento a intervalli ad alta intensità (una vota alla settimana).
Il primo gruppo ha continuato per tutto il tempo ad assumere il cocktail di integratori.
Il risultato questa volta non ha visto un aumento di massa muscolare nel primo gruppo, ma un incremento nella forza fisica. «Forse i nostri strumenti non sono sufficientemente precisi per individuare piccoli aumenti muscolari, mentre è più facile misurare l’aumento di forza» spiega Gianni Parise.
«Comunque è del tutto prevedibile che l’aumento di massa muscolare ottenuto nelle prime 6 settimane, seguito da attività fisica, si traduca in un aumento della forza».
GLI INGREDIENTI
Possono esserci delle controindicazioni per l’assunzione di integratori a una certa età?
Le proteine del siero del latte, così come gli altri ingredienti del cocktail che abbiamo somministrato, sono innocue.
Tranne che per una minoranza di individui, che con l’età possono sviluppare un’intolleranza: ad esempio chi soffre di gotta può avere problemi con una quantità di proteine che si somma a quella della dieta quotidiana» risponde Parise.
La nuova ricerca può dare indicazioni utili per chi è in età avanzata e non può seguire un programma strutturato di allenamento: «Ad esempio persone che hanno subito un intervento che limita le possibilità di movimento» osserva Parise.
«E’ importante tuttavia specificare che i supplementi di proteine non possono e non devono essere considerati un sostituto per l’attività fisica».
IL DECLINO nella massa e funzione dei muscoli che avviene normalmente con l’età non è un destino obbligato: lo si può contrastare, anche passati i settant’anni, con risultati discreti (almeno nel breve/medio periodo) con gli integratori di proteine, perfino se non si fa esercizio fisico.
A suggerirlo è uno studio del Metabolism Research Group della McMaster University di Hamilton (Canada) pubblicato su Plos One.
LO STUDIO
I ricercatori hanno studiato gli effetti su gruppo di 49 uomini, età media 73 anni, di un cocktail di diversi integratori: proteine del siero del latte, creatina, vitamina D, calcio e omega 3.
Sono stati formati due gruppi. Per sei settimane, durante le quali nessun soggetto ha svolto particolare attività fisica, i soggetti del primo gruppo hanno bevuto due volte al giorno il cocktail proteinico, gli altri un placebo.
Allo scadere del periodo, i membri del primo gruppo avevano in media acquisito 700 grammi di massa magra.
«E’ la prima volta che un supplemento proteico multi-ingrediente viene trovato in grado di aumentare la massa muscolare magra negli anziani anche in assenza di esercizio fisico» spiega Gianni Parise, ricercatore alla McMaster University di Hamilton (Canada).
Difficile isolare il singolo supplemento più efficace: «Abbiamo voluto studiare l’effetto di un cocktail di sostanze perché ogni supplemento agisce per vie biochimiche diverse – ad esempio le proteine del siero del latte stimolano i processi cellulari che sviluppano i muscoli, invece la creatina ha effetto aumentando la ritenzione d’acqua e gonfiando le cellule - e non tutti rispondono allo stesso modo agli stessi stimoli: combinare più supplementi ci è parso il modo per massimizzare gli effetti».
La seconda fase dell’esperimento ha sottoposto entrambi i gruppi a un regime di esercizi di resistenza fisica (due volte alla settimana) e allenamento a intervalli ad alta intensità (una vota alla settimana).
Il primo gruppo ha continuato per tutto il tempo ad assumere il cocktail di integratori.
Il risultato questa volta non ha visto un aumento di massa muscolare nel primo gruppo, ma un incremento nella forza fisica. «Forse i nostri strumenti non sono sufficientemente precisi per individuare piccoli aumenti muscolari, mentre è più facile misurare l’aumento di forza» spiega Gianni Parise.
«Comunque è del tutto prevedibile che l’aumento di massa muscolare ottenuto nelle prime 6 settimane, seguito da attività fisica, si traduca in un aumento della forza».
GLI INGREDIENTI
Possono esserci delle controindicazioni per l’assunzione di integratori a una certa età?
Le proteine del siero del latte, così come gli altri ingredienti del cocktail che abbiamo somministrato, sono innocue.
Tranne che per una minoranza di individui, che con l’età possono sviluppare un’intolleranza: ad esempio chi soffre di gotta può avere problemi con una quantità di proteine che si somma a quella della dieta quotidiana» risponde Parise.
La nuova ricerca può dare indicazioni utili per chi è in età avanzata e non può seguire un programma strutturato di allenamento: «Ad esempio persone che hanno subito un intervento che limita le possibilità di movimento» osserva Parise.
«E’ importante tuttavia specificare che i supplementi di proteine non possono e non devono essere considerati un sostituto per l’attività fisica».
giovedì 22 giugno 2017
Bisfenolo A: interferente endocrino dannoso per la salute
Fonte: Il Fatto Alimentare (link articolo originale)
Il bisfenolo A (Bpa), già vietato in molti paesi in alcuni oggetti come quelli per l’alimentazione dei bambini in quanto interferente endocrino, favorirebbe, negli animali esposti nei primi giorni di vita, l’accumulo di grasso nel fegato nell’età adulta.
E il suo sostituto più popolare, spesso utilizzato nei prodotti Bpa-free, il bisfenolo S o Bps, promuoverebbe lo sviluppo di cellule di tumore al seno.
Questo è il quadro sconfortante emerso in due diversi studi presentati nei giorni scorsi al congresso della Endocrine society statunitense di Orlando, in Florida.
Nel primo i ricercatori del Baylor college of medicine di Houston, in Texas, hanno trattato i ratti molto piccoli con il Bpa o con una sostanza inerte in dosi basse e simili a quelle di una contaminazione ambientale nei primi cinque giorni di vita, cruciali per il completamento dello sviluppo del fegato.
Quindi hanno esaminato il tessuto epatico degli stessi animali diventati adulti scoprendo che, in quelli trattati, una dieta ad alte dosi di grassi si traduce nell’accumulo degli stessi, nell’aumento del colesterolo totale e di quello cosiddetto cattivo (le Ldl), nonché nell’espressione di alcuni geni associati alle patologie del fegato: tutte caratteristiche che predispongono alla steatosi epatica non alcolica, cioè a una condizione grave che molto spesso prelude alla cirrosi; niente di simile si verifica nei ratti non esposti al Bpa nei primi giorni.
Nel secondo studio condotto dai ricercatori della University school of medicine di Rochester, cellule di tumore al seno positivo agli estrogeni sono state trattate con diverse dosi di Bps e con estradiolo, il principale estrogeno coinvolto nello sviluppo delle cellule stesse.
Il risultato è stato che, rispetto a cellule non trattate, le prime sono cresciute molto di più già dopo 24 ore, e dopo sei giorni l’aumento rispetto ai controlli era del 12% alle dosi più basse e del 60% a quelle più alte.
Ulteriori prove hanno confermato la pericolosità della proliferazione, dal momento che le cellule hanno mostrato tutti i caratteri di una spiccata malignità.
Anche se si tratta di studi su modelli, entrambi confermano quanto emerso negli ultimi anni: i bisfenoli sono dannosi per la salute, e i sostituti del Bpa non dovrebbero essere impiegati fino a quando non si avranno dati più completi sui loro possibili effetti, anche perché la struttura chimica è molto simile in tutti i membri della categoria, ed è quindi logico aspettarsi che lo siano anche le azioni sui sistemi biologici.
Il bisfenolo A (Bpa), già vietato in molti paesi in alcuni oggetti come quelli per l’alimentazione dei bambini in quanto interferente endocrino, favorirebbe, negli animali esposti nei primi giorni di vita, l’accumulo di grasso nel fegato nell’età adulta.
E il suo sostituto più popolare, spesso utilizzato nei prodotti Bpa-free, il bisfenolo S o Bps, promuoverebbe lo sviluppo di cellule di tumore al seno.
Questo è il quadro sconfortante emerso in due diversi studi presentati nei giorni scorsi al congresso della Endocrine society statunitense di Orlando, in Florida.
Nel primo i ricercatori del Baylor college of medicine di Houston, in Texas, hanno trattato i ratti molto piccoli con il Bpa o con una sostanza inerte in dosi basse e simili a quelle di una contaminazione ambientale nei primi cinque giorni di vita, cruciali per il completamento dello sviluppo del fegato.
Quindi hanno esaminato il tessuto epatico degli stessi animali diventati adulti scoprendo che, in quelli trattati, una dieta ad alte dosi di grassi si traduce nell’accumulo degli stessi, nell’aumento del colesterolo totale e di quello cosiddetto cattivo (le Ldl), nonché nell’espressione di alcuni geni associati alle patologie del fegato: tutte caratteristiche che predispongono alla steatosi epatica non alcolica, cioè a una condizione grave che molto spesso prelude alla cirrosi; niente di simile si verifica nei ratti non esposti al Bpa nei primi giorni.
Nel secondo studio condotto dai ricercatori della University school of medicine di Rochester, cellule di tumore al seno positivo agli estrogeni sono state trattate con diverse dosi di Bps e con estradiolo, il principale estrogeno coinvolto nello sviluppo delle cellule stesse.
Il risultato è stato che, rispetto a cellule non trattate, le prime sono cresciute molto di più già dopo 24 ore, e dopo sei giorni l’aumento rispetto ai controlli era del 12% alle dosi più basse e del 60% a quelle più alte.
Ulteriori prove hanno confermato la pericolosità della proliferazione, dal momento che le cellule hanno mostrato tutti i caratteri di una spiccata malignità.
Anche se si tratta di studi su modelli, entrambi confermano quanto emerso negli ultimi anni: i bisfenoli sono dannosi per la salute, e i sostituti del Bpa non dovrebbero essere impiegati fino a quando non si avranno dati più completi sui loro possibili effetti, anche perché la struttura chimica è molto simile in tutti i membri della categoria, ed è quindi logico aspettarsi che lo siano anche le azioni sui sistemi biologici.
mercoledì 21 giugno 2017
venerdì 16 giugno 2017
Tumori, scoperto l'interruttore del cancro
Tratto da La Repubblica Salute (articolo originale)
LA RIVISTA Science pubblica un lavoro che potrebbe aprire nuove strade alla lotta al cancro.
Prima firma è quella di Chiara Di Malta, ricercatrice nel team di un big della nostra ricerca, Andrea Ballabio direttore dell'Istituto Telethon di Genetica e Medicina (Tigem) di Pozzuoli e docente di Genetica Medica all'Università Federico II di Napoli. Oltre che dalla Fondazione Telethon, il lavoro è stato finanziato anche dall’Associazione italiana per la ricerca sul cancro (Airc).
«Questa è una storia che parte da lontano – spiega Ballabio – e in particolare dal nostro “storico” interesse per quegli organelli cellulari chiamati lisosomi che sono coinvolti in un ampio gruppo di malattie genetiche rare, quelle da accumulo lisosomiale appunto. In queste gravi patologie, a causa di un difetto genetico, i lisosomi non svolgono a dovere il loro compito, ovvero quello di neutralizzare, grazie al loro ampio corredo di enzimi, le sostanze di scarto: il risultato è che queste sostanze si accumulano nelle cellule, danneggiandole irreversibilmente.
Studiando il funzionamento dei lisosomi abbiamo però scoperto che questi organelli non sono dei semplici “spazzini”, ma dei fini regolatori del nostro metabolismo».
Nel 2009, infatti, il direttore del Tigem e il suo team hanno descritto per la prima volta – ancora sulle pagine di Science – un gene chiamato TFEB che è in grado di regolare da solo l’attività di molti altri geni coinvolti sia nella produzione sia nel funzionamento dei lisosomi.
«Ci siamo resi conto da subito – continua Ballabio – di essere di fronte a un meccanismo di “pulizia” delle nostre cellule assolutamente nuovo e finemente regolato, potenzialmente sfruttabile per evitare l'accumulo di sostanze tossiche tipico di svariate malattie degenerative, di origine genetica ma non solo».
Gli studi successivi condotti al Tigem hanno infatti confermato che i lisosomi funzionano come veri e propri termovalorizzatori, degradando le molecole già utilizzate e ormai inutili per ricavarne energia.
Questo è particolarmente utile in assenza di nutrienti e nella risposta all’esercizio fisico prolungato: quando ci sono poche risorse a disposizione e l'organismo quindi sfrutta le proprie riserve endogene di energia. In presenza di cibo, invece, questa via metabolica viene normalmente silenziata.
Il nuovo studio dimostra che se questo meccanismo si inceppa è in grado di promuovere la crescita tumorale.
I ricercatori del Tigem hanno infatti dimostrato come diversi tipi di cellule tumorali (melanoma, tumore del rene e del pancreas) siano in grado di replicarsi in modo indiscriminato proprio perché questo sistema di regolazione “anti-spreco” è sempre attivo.
Studi preliminari dei ricercatori del Tigem dimostrano che l’inibizione di questo meccanismo blocca la crescita tumorale, suggerendo quindi una nuova strategia per la terapia dei tumori.
«Questo studio, pubblicato su Science, una delle più importanti riviste scientifiche internazionali, conferma ancora una volta quanto le malattie genetiche rare siano un eccezionale banco di prova per la scoperta di meccanismi biologici fondamentali e la messa a punto di strategie terapeutiche innovative come la terapia genica - commenta il direttore generale della Fondazione Telethon Francesca Pasinelli – A titolo di esempio, basti ricordare come le statine, farmaci comunemente usati per abbassare i livelli di colesterolo, siano stati sviluppati a partire dallo studio di una condizione rara, l’ipercolesterolemia familiare, in cui l’accumulo di questa sostanza dipende da un difetto genetico ereditario.
Sostenere e promuovere ricerca di qualità sulle malattie genetiche rare è quindi importante non solo per chi è direttamente colpito da queste gravi patologie, ma anche per la collettività intera».
“L’unione delle forze di due tra le più importanti organizzazioni non profit a supporto della ricerca in Italia ha prodotto uno straordinario risultato scientifico – aggiunge Niccolò Contucci, Direttore Generale dell’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro - Siamo orgogliosi di avere finanziato insieme a Telethon questo importante lavoro che costruisce un ponte tra la conoscenza di base e lo sviluppo di nuove terapie per la cura del cancro.
Una scoperta che merita la pubblicazione sull’autorevole rivista Science e contribuisce a posizionare la ricerca italiana indipendente tra le eccellenze del panorama scientifico internazionale”
LA RIVISTA Science pubblica un lavoro che potrebbe aprire nuove strade alla lotta al cancro.
Prima firma è quella di Chiara Di Malta, ricercatrice nel team di un big della nostra ricerca, Andrea Ballabio direttore dell'Istituto Telethon di Genetica e Medicina (Tigem) di Pozzuoli e docente di Genetica Medica all'Università Federico II di Napoli. Oltre che dalla Fondazione Telethon, il lavoro è stato finanziato anche dall’Associazione italiana per la ricerca sul cancro (Airc).
«Questa è una storia che parte da lontano – spiega Ballabio – e in particolare dal nostro “storico” interesse per quegli organelli cellulari chiamati lisosomi che sono coinvolti in un ampio gruppo di malattie genetiche rare, quelle da accumulo lisosomiale appunto. In queste gravi patologie, a causa di un difetto genetico, i lisosomi non svolgono a dovere il loro compito, ovvero quello di neutralizzare, grazie al loro ampio corredo di enzimi, le sostanze di scarto: il risultato è che queste sostanze si accumulano nelle cellule, danneggiandole irreversibilmente.
Studiando il funzionamento dei lisosomi abbiamo però scoperto che questi organelli non sono dei semplici “spazzini”, ma dei fini regolatori del nostro metabolismo».
Nel 2009, infatti, il direttore del Tigem e il suo team hanno descritto per la prima volta – ancora sulle pagine di Science – un gene chiamato TFEB che è in grado di regolare da solo l’attività di molti altri geni coinvolti sia nella produzione sia nel funzionamento dei lisosomi.
«Ci siamo resi conto da subito – continua Ballabio – di essere di fronte a un meccanismo di “pulizia” delle nostre cellule assolutamente nuovo e finemente regolato, potenzialmente sfruttabile per evitare l'accumulo di sostanze tossiche tipico di svariate malattie degenerative, di origine genetica ma non solo».
Gli studi successivi condotti al Tigem hanno infatti confermato che i lisosomi funzionano come veri e propri termovalorizzatori, degradando le molecole già utilizzate e ormai inutili per ricavarne energia.
Questo è particolarmente utile in assenza di nutrienti e nella risposta all’esercizio fisico prolungato: quando ci sono poche risorse a disposizione e l'organismo quindi sfrutta le proprie riserve endogene di energia. In presenza di cibo, invece, questa via metabolica viene normalmente silenziata.
Il nuovo studio dimostra che se questo meccanismo si inceppa è in grado di promuovere la crescita tumorale.
I ricercatori del Tigem hanno infatti dimostrato come diversi tipi di cellule tumorali (melanoma, tumore del rene e del pancreas) siano in grado di replicarsi in modo indiscriminato proprio perché questo sistema di regolazione “anti-spreco” è sempre attivo.
Studi preliminari dei ricercatori del Tigem dimostrano che l’inibizione di questo meccanismo blocca la crescita tumorale, suggerendo quindi una nuova strategia per la terapia dei tumori.
«Questo studio, pubblicato su Science, una delle più importanti riviste scientifiche internazionali, conferma ancora una volta quanto le malattie genetiche rare siano un eccezionale banco di prova per la scoperta di meccanismi biologici fondamentali e la messa a punto di strategie terapeutiche innovative come la terapia genica - commenta il direttore generale della Fondazione Telethon Francesca Pasinelli – A titolo di esempio, basti ricordare come le statine, farmaci comunemente usati per abbassare i livelli di colesterolo, siano stati sviluppati a partire dallo studio di una condizione rara, l’ipercolesterolemia familiare, in cui l’accumulo di questa sostanza dipende da un difetto genetico ereditario.
Sostenere e promuovere ricerca di qualità sulle malattie genetiche rare è quindi importante non solo per chi è direttamente colpito da queste gravi patologie, ma anche per la collettività intera».
“L’unione delle forze di due tra le più importanti organizzazioni non profit a supporto della ricerca in Italia ha prodotto uno straordinario risultato scientifico – aggiunge Niccolò Contucci, Direttore Generale dell’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro - Siamo orgogliosi di avere finanziato insieme a Telethon questo importante lavoro che costruisce un ponte tra la conoscenza di base e lo sviluppo di nuove terapie per la cura del cancro.
Una scoperta che merita la pubblicazione sull’autorevole rivista Science e contribuisce a posizionare la ricerca italiana indipendente tra le eccellenze del panorama scientifico internazionale”
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