Riferimenti: Articolo tratto dal sito adnkronos
Un'arma per mirare dritto al 'motore' che fa crescere il cancro alla prostata, il recettore del testosterone. Dopo il fallimento della chemioterapia per i pazienti con carcinoma avanzato resistente alla castrazione è oggi disponibile in Italia un nuovo farmaco: enzalutamide, un agente ormonale di ultima generazione che si assume per via orale. Un'opzione in più 'nell'armadietto' degli oncologi per trattare, migliorando sopravvivenza e qualità di vita, i malati più difficili, rimasti a lungo "praticamente orfani di cure efficaci", sottolineano gli esperti oggi durante un incontro promosso a Milano da Astellas Pharma che ha messo a punto il farmaco, dispensato dal Servizio sanitario in fascia 'H', dietro ricetta non rinnovabile dei Centri ospedalieri o degli specialisti.
La nuova terapia aggiunge un tassello alle strategie disponibili contro il cancro della prostata, secondo per diffusione nella popolazione maschile europea dopo i tumori cutanei: rappresenta il 20% di tutti i tumori tra gli over 50 e la fascia più colpita è quella over 70, anche se nell'ultimo decennio sono in aumento i casi registrati tra i 60 e i 70 anni. Complessivamente il cancro alla prostata viaggia in Italia al ritmo di circa 42 mila nuove diagnosi l'anno e causa 8 mila morti. E se, con la diagnosi precoce e il contributo delle nuove tecnologie, fa in generale meno paura di un tempo (la sopravvivenza è di circa l'88% a 5 anni dalla diagnosi), è anche vero che oltre il 40% degli uomini colpiti sviluppa metastasi e, di questi, un numero elevato diventa resistente alla castrazione, ossia al trattamento di deprivazione androgenica.
Non mancano le diagnosi tardive: "Circa il 10-20% dei casi viene 'stanato' in fase già avanzata - spiega Paolo Marchetti, professore ordinario di Oncologia all'università Sapienza di Roma e direttore dell'Unità operativa complessa di oncologia medica dell'Azienda ospedaliera Sant'Andrea della Capitale - Questo dipende in parte dalla natura del tumore, le cui alterazioni nella parte più esterna della ghiandola prostatica non danno segni della patologia se non quando il tumore è molto cresciuto, in parte dalla carenza di indagini diagnostiche".
Oggi il paziente si trova davanti diverse strade, da modulare in base alle caratteristiche e al grado di aggressività della malattia: chirurgia, radioterapia, ablazione focale, ormonoterapia, chemio. "La terapia ormonale, uno dei cardini del trattamento farmacologico - spiega Francesco Montorsi, professore ordinario di Urologia all'università Vita-Salute San Raffaele di Milano - fa leva sul ruolo che gli androgeni, in particolare il testosterone, giocano nella crescita, lo sviluppo e la proliferazione del tumore prostatico".
Enzalutamide inibisce in modo selettivo il recettore degli androgeni (testosterone), bloccandolo in maniera duratura nel tempo, ripristinando un controllo sulla cellula tumorale prostatica e inducendone in alcuni casi la morte. Il recettore degli androgeni è "il principale oncogene responsabile dell'aggressività della neoplasia - chiarisce Alfredo Berruti, professore associato di Oncologia medica all'università degli Studi di Brescia, Ao Spedali Civili - Il nuovo farmaco azzera la sua funzione stimolante agendo a più livelli: inibisce il legame recettore-testosterone, inibisce la traslocazione del segnale dal citoplasma all'interno del nucleo delle cellule e, da ultimo, inibisce la stimolazione del Dna a sintetizzare le proteine responsabili della crescita tumorale".
Nello studio Affirm, enzalutamide si è mostrato in grado di contrastare la crescita del tumore e delle metastasi, migliorando in maniera la sopravvivenza globale (4,8 mesi) rispetto al placebo (18,4 vs 13,6 mesi), con miglioramento della sopravvivenza libera da progressione radiografica, in pazienti che si dimostravano non più responsivi all'ormonoterapia tradizionale e alla chemioterapia. "Siamo un'azienda che investe il 17% del fatturato, quindi oltre un miliardo di euro l'anno, in ricerca - sottolinea Ermanno Buratti, direttore generale Astellas Pharma - enzalutamide, insieme ad altri prodotti, è il risultato di questo sforzo enorme".
giovedì 5 febbraio 2015
sabato 3 gennaio 2015
L'assunzione di latte intero è associato alla mortalità specifica da cancro alla prostata
Studi precedenti hanno stabilito che più elevata è l’assunzione di latte e maggiore è l’incidenza di cancro della prostata (PCa), ma sono disponibili poche informazioni che riguardano i tipi di latte e la relazione tra assunzione di latte e rischio di PCa mortale.
Abbiamo studiato l’associazione tra l’assunzione di prodotti lattiero-caseari e l’incidenza e la sopravvivenza al PCa durante un follow-up di 28 anni. Abbiamo condotto uno studio di coorte nel Physicians’ Health Study (n = 21,660) ed un’analisi della sopravvivenza tra i casi incidenti di PCa ((n = 2806).
Le informazioni sul consumo di prodotti lattiero-caseari sono state raccolte all’inizio.
I casi di PCa ed i decessi (n = 305) sono stati confermati durante il follow-up.
L’assunzione di prodotti lattiero-caseari interi è stata associata con un aumento dell’incidenza del PCa [HR = 1.12 (95% CI: 0.93, 1.35); >2.5 porzioni/d vs. ?0.5 porzioni/d].
L’assunzione di latte scremato o con basso contenuto di grassi ha mostrato un’associazione positiva con il rischio di forme cancerose di grado inferiore, di stadio precoce e rilevabili con lo screening, mentre il consumo di latte intero è stato associato solo con forme di PCa letali [HR = 1.49 (95% CI: 0.97, 2.28); ?237 mL/d (1 dose/d) vs. consumo raro].
Nell’analisi della sopravvivenza il consumo di latte intero resta associato al rischio di progressione verso una forma letale dopo la diagnosi [HR = 2.17 (95% CI: 1.34, 3.51)].
In questa coorte prospettica il maggior consumo di latte scremato o a basso contenuto di grassi è stato associato con una maggiore incidenza di PCa non aggressivo.
Ciò che ha maggiore importanza è che solo il latte intero presenta una consistente associazione con una maggiore incidenza di forme letali di PCa nell’intera coorte e una più elevata mortalità specifica per il PCa tra i casi.
Queste osservazioni portano ulteriormente ad ipotizzare il ruolo potenziale dei prodotti lattiero-caseari nello sviluppo e nella prognosi del PCa.
Studio scientifico
Whole milk intake is associated with prostate cancer-specific mortality among U.S. male physicians. Song Y, Chavarro JE, Cao Y, Qiu W, Mucci L, Sesso HD, Stampfer MJ, Giovannucci E, Pollak M, Liu S, Ma J., J Nutr. 2013 Feb;14 3(2):189-96.
Abbiamo studiato l’associazione tra l’assunzione di prodotti lattiero-caseari e l’incidenza e la sopravvivenza al PCa durante un follow-up di 28 anni. Abbiamo condotto uno studio di coorte nel Physicians’ Health Study (n = 21,660) ed un’analisi della sopravvivenza tra i casi incidenti di PCa ((n = 2806).
Le informazioni sul consumo di prodotti lattiero-caseari sono state raccolte all’inizio.
I casi di PCa ed i decessi (n = 305) sono stati confermati durante il follow-up.
L’assunzione di prodotti lattiero-caseari interi è stata associata con un aumento dell’incidenza del PCa [HR = 1.12 (95% CI: 0.93, 1.35); >2.5 porzioni/d vs. ?0.5 porzioni/d].
L’assunzione di latte scremato o con basso contenuto di grassi ha mostrato un’associazione positiva con il rischio di forme cancerose di grado inferiore, di stadio precoce e rilevabili con lo screening, mentre il consumo di latte intero è stato associato solo con forme di PCa letali [HR = 1.49 (95% CI: 0.97, 2.28); ?237 mL/d (1 dose/d) vs. consumo raro].
Nell’analisi della sopravvivenza il consumo di latte intero resta associato al rischio di progressione verso una forma letale dopo la diagnosi [HR = 2.17 (95% CI: 1.34, 3.51)].
In questa coorte prospettica il maggior consumo di latte scremato o a basso contenuto di grassi è stato associato con una maggiore incidenza di PCa non aggressivo.
Ciò che ha maggiore importanza è che solo il latte intero presenta una consistente associazione con una maggiore incidenza di forme letali di PCa nell’intera coorte e una più elevata mortalità specifica per il PCa tra i casi.
Queste osservazioni portano ulteriormente ad ipotizzare il ruolo potenziale dei prodotti lattiero-caseari nello sviluppo e nella prognosi del PCa.
Studio scientifico
Whole milk intake is associated with prostate cancer-specific mortality among U.S. male physicians. Song Y, Chavarro JE, Cao Y, Qiu W, Mucci L, Sesso HD, Stampfer MJ, Giovannucci E, Pollak M, Liu S, Ma J., J Nutr. 2013 Feb;14 3(2):189-96.
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martedì 30 dicembre 2014
Con un prelievo di sangue si prevederà il rischio di infarto
Con un prelievo di sangue si potrà un giorno predire con largo anticipo se un individuo rischia di andare incontro ad un infarto in futuro.
In una ricerca pubblicata sulla rivista Plos Genetics è stato infatti scoperto un composto (una molecola di grasso chiamata monogliceride) presente nel plasma di individui destinati ad ammalarsi della cosiddetta patologia delle arterie coronarie, ovvero i vasi sanguigni che circondano il cuore e che gli portano l’ossigeno.
La malattia delle coronarie è direttamente collegata al rischio individuale di infarto perché se uno di questi vasi si rompe, collassa o viene ostruito dalla rottura di una placca di arteriosclerosi il risultato è l’infarto del miocardio, che altro non è che il «soffocamento» di quella porzione di cuore non più normalmente irrorata dal vaso.
Lo studio su 3600 individui
Il lavoro - da ritenersi ampiamente attendibile in quanto è stato condotto su varie popolazioni di persone arrivando sempre allo stesso risultato - è stato condotto dalla università di Uppsala in Svezia, l’istituto Karolinska di Stoccolma e la Colorado State University.
Diretti da Erik Ingelsson, gli esperti hanno esaminato campioni di sangue raccolti da oltre 3600 individui il cui stato di salute è stato poi monitorato e tenuto sotto osservazione per i 10 anni successivi.
Il sangue di ciascuno è stato passato al setaccio con modernissime e sofisticate tecniche di medicina molecolare ed è stata catalogata una lunga lista di molecole (metaboliti) in esso presenti.
Le tre molecole
Gli esperti hanno identificato in tre gruppi di popolazioni due molecole di grasso che riducono il rischio di sviluppare malattia delle arterie coronariche (lisofosfatidilcolina e sfingomielina).
Poi hanno isolato una terza molecola, un monogliceride (a sua volta un grasso), associata, al contrario, a un maggior rischio di malattia coronariche favorenti l’infarto.
Lo stesso risultato è stato ottenuto su diversi campioni di popolazione, a dimostrazione che si tratta di un risultato solido.
Il futuro
I metaboliti grassi isolati nel sangue potrebbero in futuro rivelarsi utili per stimare il rischio individuale di malattia cardiovascolare con un semplice prelievo di plasma.
Attualmente sono altresì in corso esperimenti su animali per verificare se esista un vero e proprio ruolo causale da parte di questi metaboliti nello sviluppo della malattia cardiovascolare e quindi nel rischio di infarto.
Se confermati, questi risultati potrebbero condurre anche allo sviluppo di nuovi bersagli terapeutici anti-infarto.
sabato 6 dicembre 2014
Medicina manuale
Articolo tratto dal sito Medicinamanuale.net
IL PERIODO ANTICO
Tracce della pratica manipolativa della colonna vertebrale, intesa come pratica terapeutica, si trovano nei documenti delle scuole mediche, sia occidentali che orientali.
Già in alcuni testi di medicina cinese, come ad esempio il Manuale del Kong – Fu, scritto intorno al 2000 a. C., sono riportate manovre che avevano lo scopo di trattare alcune patologie del rachide.
Tra gli scritti di Ippocrate se ne trova uno specifico sulle articolazioni (‘Periarthron’), in cui viene descritto un trattamento della “Cuvatura del rachide determinata da cause esterne”, che prevedeva l’applicazione di pressioni eseguite con il palmo della mano da parte del medico, sulle curvature del rachide.
Galeno nel II secolo d. C., nel ‘De locis affectis’, riferisce di avere curato e guarito Pausania con l’applicazione di medicamenti sul rachide cervicale, affetto da un disturbo della sensibilità che interessava le dita di una mano; l’autore spiegava che l’affezione era secondaria ad una lesione di una radice nervosa proveniente dal midollo spinale, e consigliava di effettuare l’esame della cute e dei muscoli in questi casi.
Sempre in epoca romana la pratica del massaggio, delle mobilizzazioni articolari e dell’esercizio fisico trovava largo impiego (spesso nelle terme!), sia per il mantenimento della forma fisica, sia per la preparazione degli atleti che per vero e proprio scopo terapeutico: questi trattamenti venivano eseguiti esperti, quali gli ‘alipti’, che erano veri e propri preparatori di atleti, e dai ‘pediotribi’, che seguivano gli atleti affetti da traumatismi.
Con il Medioevo e fino al Rinascimento, la medicina si allontana dalle pratiche terapeutiche eseguite direttamente sul corpo: così, come la chirurgia diventa pratica dei ‘cerusici’, nascono figure ‘popolari’ che si occupano del trattamento delle patologie ortopediche, quali i ‘bonesetters’ (‘aggiustaossa’) in Inghilterra, i ‘rebouteux’ (‘conciaossa’) in Francia, gli ‘algebristas’ (‘raddrizza ossa’) in Spagna.
Queste pratiche terapeutiche si pongono ai margini della medicina ufficiale, tanto da essere considerate medicina empirica o ‘pratica’, anche se non è da escludere che la loro applicazione veniva fatta anche dai medici: l’interesse di quest’ultimi per la capacità di alleviare il dolore dei pazienti della medicina ‘pratica’, può spiegare l’atteggiamento favorevole dei medici nei confronti di discipline quali l’osteopatia e la chiropratica , fin dalla loro nascita.
L'OSTEOPATIA
Con l'osteopatia nasce il primo e vero proprio metodo terapeutico che utilizza la manipolazione vertebrale; il suo fondatore è un medico di Kirksville (USA), Andrew Taylor Still (1830-1917) che inventa e sperimenta un gran numero di tecniche manipolative della colonna vertebrale.
Attorno al 1874 Still si convince che la medicina del suo tempo non è in grado di dare delle risposte alla maggior parte delle malattie e che la malattia insorge quando le varie parti del corpo non sono in ordine; in particolare, individua nella “lesione osteopatica” della colonna vertebrale la causa della perdita delle difese o di immunità naturali da parte di organi che vengono così attaccati dalla malattia.
La diagnosi consiste nella ricerca della “lesione osteopatica”, che può essere ‘primaria’ o ‘secondaria’: nel primo caso deriva dalla articolazione, nel secondo l’origine può essere riflessa viscerale, termica o ‘morale’; la “lesione osteopatoca” viene ricercata a mezzo di una fine palpazione, con la quale si trova la anormale posizione della vertebra nello spazio e la perdita della sua normale mobilità.
Il trattamento consiste in manovre sui tessuti molli, mobilizzazioni e manipolazioni vertebrali.
Viene così elaborata una dottrina medico-filosofica che viene denominata osteopatia, e, a partire dal 1892, vengono fondate diverse Scuole Mediche in cui, oltre ad insegnare la medicina tradizionale, veniva insegnata l’osteopatia; ma solamente nel 1897 il titolo di "Doctor of Osteopathic” (D.O.) viene ufficialmente riconosciuto.
Da allora l’osteopatia si è scontrata con la medicina ufficiale, fino a ritagliarsi un proprio settore, anche grazie a momenti favorevoli, il primo dei quali nei primi anni quaranta, quando il Presidente statunitense F. D. Roosevelt, acconsentì che gli osteopati avessero gli stessi doveri e diritti dei medici.
Successivamente, nel 1962, in California venne decisa la fusione degli ordini dei medici e degli osteopati: ciò permise che il titolo di "Doctor of Osteopathic” (D.O.) poteva essere parificato a quello di Medical Doctor (M.D.), con la possibilità di esercitare qualunque branca della Medicina, purchè consentito da parte dello Stato Federale.
Anche la formazione universitaria delle figure di medico e osteopata è simile in durata e materie insegnate, anche se l’osteopata approfondisce gli aspetti specifici della disciplina rispetto a quelli delle medicina ufficiale.
Questo avvicinamento alla medicina ufficiale ha inevitabilmente compromesso l’applicazione dei principi di Still: lo dimostra il fatto che oltre due terzi di diplomati D.O. opera come medico generico nei piccoli centri degli Stati Uniti e che molti D.O. prescrivono farmaci e utilizzano poco le tecniche osteopatiche tradizionali, mentre solo un terzo segue una specializzazione in medicina vertebrale.
In Italia non è riconosciuto legalmente il titolo di D.O. statunitense: quest’ultimo non va poi confuso con quello di D.O. (Diplomato in Osteopatia) rilasciato in corsi privati attivati in Canada, Inghilterra, Sud America e ora anche in Italia, che preparano operatori che non hanno al lato pratico specifiche competenze diagnostiche e terapeutiche, in quanto questo diploma non ha allo stato attuale valore giuridico.
LA CHIROPRATICA
Nella storia delle manipolazioni vertebrali, occorre menzionare anche la Chiropratica, disciplina che nasce sempre negli USA attorno al 1894 ad opera di Daniel David Palmer, che non era un medico, ma un commerciante di Davenport che per un certo periodo si era interessato di magnetismo come metodo di cura.
Palmer pensava che le malattie non esistessero, ma che gli organo funzionassero male secondariamente al fatto che non arrivava loro correttamente l’impulso nervoso, a causa di un “blocco” creato da una “sublussazione vertebrale”: il rimedio era quello di riaggiustare la vertebra sublussata, mediante manovre “dirette” sulle vertebre.
Nel 1896 Palmer fondò una scuola a Davenport, conosciuta oggi come Palmer College of Chiropratic.
Le ipotesi di Palmer si sono da subito scontrate sia con la medicina ufficiale che con l’osteopatia per l’infondatezza scientifica e si è diffusa grazie anche a forme di pubblicità ridondanti: solo grazie ad una lunga battaglia legale, nel 1973 il Congresso degli Stati Uniti ha accettato la chiropratica come professione sanitaria.
Negli USA la formazione avviene in scuole, circa 15, anche se non tutte riconosciute; il chiropratico può operare solo con trattamenti manuali o naturali e dietro indicazione medica.
La disciplina riscontra successo di pubblico anche in Europa, dove viene vissuta dal pubblico (e anche da medici non bene edotti nella materia), come una dottrina d’avanguardia: anche nel caso della chiropratica sono nati in Europa e in Italia dei corsi privati di formazione, che però rilasciano attestati non legalmente riconosciuti.
LO SVILUPPO DELLA MEDICINA MANUALE IN EUROPA
La medicina tradizionale si è interessata in ritardo delle pratiche manipolative usate a scopo terapeutico, e solo negli anni venti queste metodiche vengono introdotte in Europa: i primi ad utilizzarle furono dei chirurghi ortopedici inglesi (‘manipulative surgeons’), che le applicarono in casi di rigidità articolare ed in anestesia generale; alcune di queste metodiche vengono tutt’oggi applicate nelle grosse articolazioni in campo ortopedico (‘sblocco in narcosi’).
In Francia, intorno al 1913, Moutin pubblicò la prima opera in lingua sull’osteopatia; ma fu grazie a Robert Lavezzari che la disciplina fu introdotta con successo in ambiente medico intorno agli anni venti. Egli fondò la prima scuola francese di manipolazioni osteoarticolari, che, con il tempo, ha avuto un seguito molto limitato.
In Inghilterra, intorno agli anni trenta, per merito di James B. Mennel, docente di Medicina Fisica a Londra, le manipolazioni furono introdotte nella pratica terapeutica ospedaliera: l’aspetto innovativo del suo operato è che, pur riprendendo l’esame del paziente e le tecniche dalla osteopatia, ne limita le indicazioni a patologie ortopediche; il limite della sua proposta è nel non definire delle indicazioni precise caso per caso, con l’effetto di applicare manovre fisse e ripetitive.
Il successore di Mennel, J. Ciriax, ha proposto proprie teorie sull’origine dei disturbi vertebrali, ricercando come causa primaria delle algie vertebrali le alterazioni del disco intervertebrale; da qui veniva applicato un trattamento che, non si basandosi su img semeiologici obiettivi, risultava fisso e ripetitivo: tutti i pazienti venivano sottoposti ad una trazione vertebrale con lo scopo di risolvere la protrusione discale, eseguita da più operatori che tiravano il capo ed i piedi del paziente, prima di applicare la manipolazione, con manovre identiche in tutti i casi.
In Germania ha trovato ampio seguito la chiropratica, diffusa da un fisioterapista, Kaltenborn; tale influenza si è allargata alla Svizzera, che riconosce legalmente fin dal 1940 i chiropratici.
LA MEDICINA MANUALE DI ROBERT MAIGNE
La pratica delle manipolazioni vertebrali entra in una nuova fase per opera di Robert Maigne alla fine degli anni cinquanta: il suo merito è di avere trasformato una metodica ancora largamente empirica in una disciplina medica scientifica, basata su una rigorosa osservazione clinica e su studi anatomo patologici: nasce così la MEDICINA MANUALE.
Pur provenendo da una formazione osteopatica, riprende alcune di queste tecniche ma abbandona il concetto di lesione osteopatia; inoltre approfondisce la ricerca dei segni clinici che derivano da una sofferenza del segmento vertebrale, sia locali che a distanza, con l’intento di stabilire la presenza del Disturbo Intervertebrale Minore (D.I.M.), quale disfunzione vertebrale causale segmentaria, dolorosa, benigna, di matura meccanica e riflessa, generalmente reversibile.
In sintesi, gli aspetti peculiari di questa disciplina sono:
1) Una diagnosi precisa, mediante una semeiotica chiara e ripetibile, basata sulla ricerca del dolore evocato, e non, come nelle dottrine precedenti, su una ipotetica e mai dimostrata malposizione, sublussazione o lesione vertebrale da ricercarsi con la palpazione;
2) La ricerca con un metodo semplice ed efficace dei fenomeni metamerici di dolore riferito di origine vertebrale (Sindrome Cellulo-Periosteo-Mialgica, S.C.P.M.);
3) La descrizione delle manovre manipolative non in ordine alla supposta lesione che dovrebbero correggere, ma su base cinesiologica obiettiva;
4) La applicazione di una regola precisa (del “NON DOLORE E DEL MOVIMENTO CONTRARIO”) nella esecuzione delle manipolazioni, sulla base dei segni derivanti dall’esame semeiotico- premanipolativo.
E’ evidente, da quanto fin qui esposto, come il trattamento manipolativo proposto da Maigne abbia evidenti finalità terapeutiche esclusive per l’apparato muscoloscheletrico in generale e per il rachide in particolare; i criteri di applicazione della disciplina, infatti, presuppongono una circostanziata osservazione clinica, una precisa ricerca anatomo-patologica, una ampia ricerca bibliografica, al fine di poter inquadrare con rigorosa scientificità i fenomeni osservati: da questa impostazione nascono nuove interpretazioni patogenetiche in tema di dolore vertebrale e la conseguente descrizione di quadri nosologici nuovi in tema di patologia del rachide.
La novità peculiare rappresentata dalla metodica è da ricercarsi più che altro nella valutazione clinica del paziente rachialgico, in particolare nella applicazione dei criteri di semeiotica clinica che permettono di risalire con certezza alla localizzazione del dolore vertebrale.
La diagnosi clinica, in una patologia in cui le immagini radiologiche e gli esami strumentali sono spesso di scarso aiuto, in cui il disturbo sembra legato più alla funzione che alla lesione, è evidentemente di grande importanza, e sotto questo aspetto la Medicina Manuale ha dato il più importante contributo alla medicina.
Maigne definisce così la manipolazione:
“ … mobilizzazione passiva forzata che tende a portare gli elementi di una articolazione o di un insieme di articolazioni al di là del loro gioco abituale, fino al limite del gioco articolare fisiologico: è un atto medico e, più precisamente, un gesto ortopedico molto preciso le cui coordinate devono essere determinate con un esame preliminare; è un mezzo terapeutico che si indirizza a ben definite indicazioni.”
La Medicina Manuale rappresenta una vera e propria evoluzione della osteopatia e della chiropratica, in quanto fornisce di contenuti prettamente clinici e scientifici le pratiche manipolative, specificando le finalità terapeutiche e le indicazioni: lo sforzo di Robert Maigne è stato quello di dimostrare la scientificità della metodica, sia nella fase diagnostica, che nella pratica terapeutica, sfuggendo dall'aurea non specificamente sanitaria che spesso avvolge l'osteopatia e la chiropratica.
E' doveroso aggiungere che la Medicina Manuale è disciplina giovane, che, rispetto all'osteopatia ed alla chiropratica, risente di tutta l'evoluzione scientifica che ha pervaso la medicina negli ultimi cinqu'ant'anni; al giorno d'oggi fare affidamento a discipline che contano oltre cento anni di anzianità, costituisce un atteggiamento anacronistico: nel panorama medico attuale non esiste riscontro di pratica di discipline così 'antiche'!
PRESENTE E FUTURO DELLA MEDICINA MANUALE
Le conoscenze in neurofisiopatologia del dolore vertebrale sono ancora all’inizio: devono essere ancora studiati in maniera approfondita i meccanismi delle disfunzioni e del dolore vertebrale.
D’altro canto la diagnosi che viene eseguita con la Medicina Manuale permette di comprendere molto più di quanto la semplice visione delle immagini può dire: questa peculiarità fa si che l’approccio diagnostico secondo la Medicina Manuale di R. Maigne diventi patrimonio comune a tutti gli specialisti che si interessano di apparato muscolo-scheletrico.
Ne consegue che la terapia potrà essere differenziata: la manipolazione vertebrale dovrà essere solo una delle opzioni possibili, e se ne dovranno precisare esattamente i limitidel suo uso nell’ambito di una terapia multimodale.
Infatti, con il trascorrere del tempo ed il progredire degli studi, la Medicina Manuale di Maigne ha affiancato alle manipolazioni altre tecniche terapeutiche, cosicchè lo stesso Maigne, riprendendo la definizione di Ciriax, ha proposto la denominazione di Medicina Ortopedica.
Tra queste tecniche ricordiamo:
- Infiltrazioni articolari posteriori, nervi periferici e peridurali;
- Esercizi di rieducazione rivisti alla luce della diagnosi di
Medicina Manuale;
- Trattamento dei Tender Points (cellulalgia, mialgia, punti
dolorosi, trigger points, ecc.) mediante aghi e/o laser,
ultrasuoni, mesoterapia, infiltrazioni locali;
- Massaggio connettivale riflesso, tecnica occidentale di
riflessoterapia;
- Autotrazione vertebrale.
martedì 2 dicembre 2014
Kinesiterapia
La kinesiterapia è una terapia manipolativa usata nella riabilitazione e la rieducazione funzionale di singoli muscoli o gruppi muscolari o dell’intero organismo.
giovedì 6 novembre 2014
Stem cell transplant shows 'landmark' promise for treatment of degenerative disc disease
From ScienceDaily website (see original article)
Stem cell transplant was viable and effective in halting or reversing degenerative disc disease of the spine, a meta-analysis of animal studies showed, in a development expected to open up research in humans.
Recent developments in stem cell research have made it possible to assess its effect on intervertebral disc (IVD) height, Mayo Clinic researchers reported in a scientific poster today at the 30th Annual Meeting of the American Academy of Pain Medicine.
"This landmark study draws the conclusion in pre-clinical animal studies that stem cell therapy for disc degenerative disease might be a potentially effective treatment for the very common condition that affects people's quality of life and productivity," said the senior author, Wenchun Qu, MD, PhD, of the Mayo Clinic in Rochester, Minn.
Dr. Qu said not only did disc height increase, but stem cell transplant also increased disc water content and improved appropriate gene expression.
"These exciting developments place us in a position to prepare for translation of stem cell therapy for degenerative disc disease into clinical trials," he said.
The increase in disc height was due to restoration in the transplant group of the nucleus pulposus structure, which refers to the jelly-like substance in the disc, and an increased amount of water content, which is critical for the appropriate function of the disc as a cushion for the spinal column, the researchers concluded.
The researchers performed a literature search of MEDLINE, EMBASE and PsycINFO databases and also manually searched reference lists for original, randomized, controlled trials on animals that examined the association between IVD stem cell transplant and the change of disc height.
Six studies met inclusion criteria. Differences between the studies necessitated the use of random-effects models to pool estimates of effect.
What they found was an over 23.6% increase in the disc height index in the transplant group compared with the placebo group (95% confidence interval [CI], 19.7-23.5; p < 0.001).
None of the 6 studies showed a decrease of the disc height index in the transplant group. Increases in the disc height index were statistically significant in all individual studies.
The authors commented that it is time to turn attention to the much-needed work of determining the safety, feasibility, efficacy of IVD stem cell transplant for humans.
"A hallmark of IVD degenerative disease is its poor self-repair capacity secondary to the loss of IVD cells.
However, current available treatments fail to address the loss of cells and cellular functions. In fact, many invasive treatments further damage the disc, causing further degeneration in the diseased level or adjacent levels," said the lead study author Jason Dauffenbach, DO.
"The goal of tissue engineering using stem cells is to restore the normal function and motion of the diseased human spine."
Stem cell transplant was viable and effective in halting or reversing degenerative disc disease of the spine, a meta-analysis of animal studies showed, in a development expected to open up research in humans.
Recent developments in stem cell research have made it possible to assess its effect on intervertebral disc (IVD) height, Mayo Clinic researchers reported in a scientific poster today at the 30th Annual Meeting of the American Academy of Pain Medicine.
"This landmark study draws the conclusion in pre-clinical animal studies that stem cell therapy for disc degenerative disease might be a potentially effective treatment for the very common condition that affects people's quality of life and productivity," said the senior author, Wenchun Qu, MD, PhD, of the Mayo Clinic in Rochester, Minn.
Dr. Qu said not only did disc height increase, but stem cell transplant also increased disc water content and improved appropriate gene expression.
"These exciting developments place us in a position to prepare for translation of stem cell therapy for degenerative disc disease into clinical trials," he said.
The increase in disc height was due to restoration in the transplant group of the nucleus pulposus structure, which refers to the jelly-like substance in the disc, and an increased amount of water content, which is critical for the appropriate function of the disc as a cushion for the spinal column, the researchers concluded.
The researchers performed a literature search of MEDLINE, EMBASE and PsycINFO databases and also manually searched reference lists for original, randomized, controlled trials on animals that examined the association between IVD stem cell transplant and the change of disc height.
Six studies met inclusion criteria. Differences between the studies necessitated the use of random-effects models to pool estimates of effect.
What they found was an over 23.6% increase in the disc height index in the transplant group compared with the placebo group (95% confidence interval [CI], 19.7-23.5; p < 0.001).
None of the 6 studies showed a decrease of the disc height index in the transplant group. Increases in the disc height index were statistically significant in all individual studies.
The authors commented that it is time to turn attention to the much-needed work of determining the safety, feasibility, efficacy of IVD stem cell transplant for humans.
"A hallmark of IVD degenerative disease is its poor self-repair capacity secondary to the loss of IVD cells.
However, current available treatments fail to address the loss of cells and cellular functions. In fact, many invasive treatments further damage the disc, causing further degeneration in the diseased level or adjacent levels," said the lead study author Jason Dauffenbach, DO.
"The goal of tissue engineering using stem cells is to restore the normal function and motion of the diseased human spine."
giovedì 16 ottobre 2014
Controllare i valori dell’acido urico aiuta a proteggere il cuore e i vasi
Tutti sanno che per guardarsi da infarti e ictus bisogna tenere sotto controllo la pressione, il colesterolo, la glicemia.
Nessuno finora aveva mai sospettato che anche l’acido urico potesse essere un fattore di rischio per le malattie cardiovascolari: ignorato dai più, noto soltanto a chi soffre di gotta, è invece un nuovo nemico per cuore e vasi che dovremmo tutti imparare a conoscere.
Le ricerche che puntano il dito contro questa sostanza negli ultimi anni si sono accumulate e ormai gli esperti non hanno più dubbi: l’eccesso di acido urico nel sangue, ovvero l’iperuricemia, è corresponsabile di circa il 40 per cento di tutti gli infarti che si registrano ogni anno in Italia.
Misurare l’acido urico
Per questo è al via il progetto Medico amico del Sindacato nazionale autonomo medici italiani (Snami): l’obiettivo è far sì che la gente inizi almeno a sentir parlare di acido urico e decida di misurarlo, visto che il test sul sangue è semplice ed economico e che le stime parlano di almeno 13 milioni di italiani con l’uricemia troppo alta.
«Se per strada chiedessimo alle persone i valori di pressione, uno su due saprebbe indicarli, il 20 per cento sarebbe in grado di dire i propri livelli di colesterolo, ma meno di due su cento si rivelerebbero a conoscenza dell’uricemia - osserva Claudio Borghi, del Dipartimento di Medicina interna, dell’invecchiamento e malattie nefrologiche dell’Università di Bologna -.
Eppure, l’eccesso di acido urico è un fattore di rischio perfino più “pesante” delle alterazioni dei lipidi nel sangue».
Aumentato rischio di mortalità
Gli studi scientifici hanno, ad esempio, verificato che l’iperuricemia aumenta fino al 26 per cento il rischio di mortalità per cause cardiovascolari e del 22 per cento l’eventualità di un ictus, triplica il pericolo di diabete e ha effetti negativi sia sulla pressione arteriosa che sulla funzionalità dei reni. Non è un caso, perciò, che i malati di gotta, che hanno un’iperuricemia assai elevata, abbiano una probabilità parecchio più alta del normale di andare incontro a infarti e diabete.
«I meccanismi del danno da acido urico sono numerosi - interviene Angelo Testa, presidente Snami -.
I cristalli di urato, ad esempio, possono depositarsi sulla parete delle arterie creando piccole “asperità” su cui poi si depone il colesterolo, dando luogo a placche aterosclerotiche».
«Inoltre, - aggiunge Borghi - i processi biochimici di sintesi dell’acido urico portano alla formazione di una grossa quantità di radicali che favoriscono l’ossidazione, alterando la funzionalità della parete dei vasi e rendendoli perciò più suscettibili all’aterosclerosi».
L’eccesso di acido urico, inoltre, è legato a doppio filo alla sindrome metabolica, il complesso di anomalie del metabolismo che si manifesta con sovrappeso, resistenza all’insulina, colesterolo e trigliceridi oltre i limiti e pressione alta: si è infatti verificato che l’acido urico promuove alterazioni infiammatorie sulle cellule di grasso che preludono alla comparsa di obesità e diabete, mentre l’iperinsulinemia tipica della sindrome metabolica riduce l’escrezione di acido urico dai reni favorendone perciò la deposizione.
Un circolo vizioso insomma, in cui una sola cosa pare certa: è bene sapere quanto acido urico abbiamo in circolo e tenerlo basso.
«La soglia attuale è fissata in 6 milligrammi per decilitro di sangue: oltre i 6,5 sappiamo che gli urati possono iniziare precipitare dando avvio alla gotta - spiega Borghi -.
Sembra però che per il rischio cardiovascolare il valore limite debba essere un po’ abbassato, attorno a 5,5 mg/dl: già a questi livelli, infatti, la probabilità di aterosclerosi cresce, soprattutto nei pazienti che hanno altri fattori di rischio come ipertensione, colesterolo alto o iperglicemia».
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